Il tenente Willis era di ronda proprio lì vicino e non appena sentì la radio gracchiare salì sull'auto partendo a tutta birra insieme al suo collega Murphy.
“Qui Zebra 33, ricevuto. Corriamo sul posto!”
Murphy era parecchio scocciato: “Per la fretta mi hai fatto cadere la ciambella e il caffè. Porc...!”
“Niente lagne, Murphy! Dobbiamo essere sempre pronti a scattare quando serve!”
Murphy prese in mano la radio trasmittente: “Che auto stiamo cercando?”
Dall'altra parte ci fu un attimo di silenzio, poi dopo qualche secondo: “Si...è un prototipo. Una Ford GT90 bianca, è veloce ed è senza targhe ovviamente.”
Murphy e Willis si guardarono sconcertati. Murphy cominciò a ridere mostrando un largo sorriso che spiccava tra la pelle scura. “Saranno cazzi amari.”
Willis fece un mezzo sorriso, divertito dalla difficoltà di quell'impresa. “Tieniti forte, amico. Ho un'idea per raggiungerli.”
Il suo compare, Vin Torello, era concentratissimo alla guida di quel bolide assurdo e sudava sette canottiere per tenerlo in strada (lo si vedeva dalla pelata lucida di sudore), ma con la sua tecnica di “punta-tacco” era praticamente imprendibile e poi come cambiava le marce lui...un altro pianeta, proprio.
Randall non smetteva di parlare un attimo. Gli stava raccontando di quando aveva rubato quella vecchia Shelby GT 500 del '67 ed era scappato in 60 secondi; sempre la stessa storia.
“Basta, adesso!” Tuonò Torello sputando un po' di saliva. “Guarda che traffico! Devo serpeggiare come una mangusta tra auto e camion. Lasciami concentrare, dai!”
Lui in strada si sentiva libero e spingere un'auto a quelle velocità era la cosa che amava di più. In quei momenti non gli importava nulla della sua vita, delle bollette o di chissà cos'altro; in quel momento era libero come una farfalla, ma non dovevano rompergli i timpani però!
Randall cominciò ad indicare vivacemente una delle uscite della superstrada che portavano in un'altra zona di Detroit, un po' più trafficata rispetto alla zona del salone delle auto, ma almeno avrebbero avuto parecchie chance di sfuggire alla polizia e avrebbero consegnato l'auto in tempo.
“Esci a quello svincolo, Vin!”
Torello sterzò bruscamente passando per le corsie e facendosi strada tra le auto che clacsonavano all'impazzata in mezzo a gestacci e parolacce impronunciabili.
Il muscoloso pelato pigiò in fondo il pedale della frizione e scalò non una ma ben quattro marce di seguito, facendo salire i giri del motore e sgommando verso l'uscita.
“Si!” Gridò Randall felice. “Sei una bestia!” Intanto si mise a tamburellare sul cruscotto accennando una vecchia canzone di Elvis. Ora anche Vin era più rilassato e se ne andò come un matto tra una via e l'altra della città con tanto di bicipite fuori dal finestrino e un bel sorriso sulla faccia.
“Salve, sono Fox Duchovny, servizi segreti. Il direttore è in casa?”
La donna dalla folta chioma riccia e dorata per poco non saltò sulla sedia e rispose solo dopo aver tentennato qualche istante. “Certo, certo. È nel suo ufficio. Ve lo chiamo subito.”
Alzò la cornetta, spostandosi il lungo ciuffo di capelli dalla faccia.
“Direttore Benedict? Qui c'è un certo agente Duchovny...” Ci fu un attimo di silenzio. “Ok riferisco subito.”
La donna posò delicatamente la cornetta e si voltò nuovamente verso l'agente: “Due minuti e arriva subito.”
Duchovny annuì e ringraziò, passato qualche secondo consegnò un piccolo foglietto alla bionda accompagnato da una strizzata d'occhio.
La donna lesse il bigliettino e sorrise verso di lui, masticando la cicca e attorcigliandosi un ciuffo di capelli tra le dita.
Uno degli agenti della squadra di Duchovny bisbigliò ad un altro: “Ed ecco il numero di telefono di Mr. Fox.”
“Già”, rispose il collega “Questa, se non sbaglio, è la decima del mese a cui consegna il suo numero...nemmeno Playboy ne conta così tante tra le pagine.”
“Smettetela ragazzi o vi calo lo stipendio.” Intervenne brusco l'agente Fox.
Il direttore uscì impettito dall'ufficio e si presentò all'agente dei servizi segreti.
“Da questa parte signor Duchovny. Per il caveau dobbiamo scendere con l'ascensore.”
Fox intanto osservava il direttore Benedict. Vestiti firmati, scarpe italiane, Rolex d'oro, qualche anellaccio di brutto gusto.
“Sa agente, questo caveau è tra i più sicuri degli interi Stati Uniti. Può stare tranquillo che quello che avete messo lì dentro non è di certo scappato.” La battuta insipida e quasi inesistente non fece per nulla ridere Fox.
Arrivati al piano sotterraneo, Benedict diede ordine alla guardia di aprire la grossa porta d'acciaio o probabilmente di qualche lega strana e indistruttibile, non ci è dato saperlo.
Fox, insieme ai suoi due grossi colleghi sollevò una pesante cassa di metallo e uscì in tutta fretta, ma con professionalità, dall'edificio. Caricò la merce sul furgone nero tirato a lucido con i cerchi in lega cromati da 21 pollici. Il classico furgone irriconoscibile.
“Il carico è stato messo in sicurezza signore.”
Fox annuì fiero. “Bene agente Caine. Ora saliamo tutti sul furgone e partiamo. Il carico deve essere consegnato alle 11.30 in punto all'aeroporto.”
Una volta seduto sul sedile passeggero si voltò verso i due agenti dietro di lui: “E speriamo che quella biondona mi richiami presto.” Ci fu una fragorosa risata forzata e il furgone si allontanò a tutta velocità.
I due ladri di auto erano stati beccati.
“Porca zozza!” Vin era parecchio incacchiato. “Tu e la tua idea di uscire per quel dannato svincolo.”
Randall Cage rispose per le rime: “Guarda che sei tu che vuoi sempre fare il tamarro. A quest'ora avremmo consegnato questa bellezza senza intoppi, ma sei voluto passare da tua sorella, tuo cognato, e poi al barbecue dei tuoi amici...”
La serietà mista a malinconia sul volto di Torello davano il via al solito monologo un po' malinconico, ma da uomo duro, con quella voce bassa e leggermente roca.
“Lo so, dannazione. Ma io vivo la mia vita una manciata di miglia alla volta e tutto quello che mi resta è la mia grande famiglia a cui tengo tantissimo...” il discorso continua, ma il tempo è tiranno.
Intanto sull'auto guidata dal poliziotto Willis...
“Grande Willis! Hai avuto una bella idea a passare attraverso il parco.”
Willis era nel pieno della concentrazione per stare incollato a quel bolide bianco che sfrecciava per le vie di periferia.
Ormai erano vicini all'aeroporto, luogo di consegna della GT90. Ma qualcun altro stava arrivando a velocità folle con il furgone nero tirato a lucido.
“Ecco l'aeroporto!” Vin era teso come una corda di violino. C'era quasi, ma quasi era troppo poco.
Infatti il furgone nero riuscì a sorpassare l'auto della polizia di Willis e Murphy, ma essendo un furgone, a quella velocità sbandò scontrandosi con il mezzo dei due agenti. L'urto fu pesante, ma per fortuna erano ancora tutti interi.
Tra una lite e l'altra, un bel purè di parolacce e insulti, gli agenti non si accorsero che la cassa di metallo prelevata dal caveau della banca era stata sbalzata in aria.
Vin Torello e Randall Cage stavano per svoltare verso l'aeroporto.
“Si!” Esultò Randall. “Si sono schiantati contro un furgone nero. Abbiamo strada libera ormai...”
Nemmeno il tempo di finire la frase che la cassa di metallo piombò dritta sulla Ford GT90, distruggendo la parte anteriore e bloccando i due fuggitivi.
Disperati, i due scesero dalla macchina frastornati dalla botta.
La cassa ormai si era aperta e dall'interno scaturirono scintille multicolore che cominciarono ad avvolgere l'auto.
La Ford riprese ad accendersi, ma non emetteva più il solido rombo del V12, ora era un suono metallico, un suono che Torello e Cage non avevano mai sentito in tutti i loro anni di furti d'auto.
I due si guardarono sconcertati e scapparono via maledicendo quelle infausta mattinata di lavoro.
L'auto incominciò a deformarsi fino a legarsi con un materiale mai visto prima. Un lampo di luce abbagliò tutta la zona e una volta scomparso, ciò che la città di Detroit vide fu soltanto un mastodontico essere metallico che cominciò a vagare per le strade distruggendo qualsiasi cosa e vomitando intensi raggi fotonici da quella che poteva essere la bocca.
Mano a mano che avanzava si legava con altre auto, camion, aerei, elicotteri e tutto quello che trovava di meccanico o elettronico, compresi frullatori e telefoni.
In pochi secondi il mostro era cresciuto di centinaia di metri; accadde tutto troppo velocemente.
Per la città, e forse nei mesi successivi per il mondo, non ci fu più nulla da fare.
Ed ecco la morale della storia: meglio non rubare che non si sa mai, ma se proprio dovete farlo, fatelo a piedi.

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