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La Maschera di Cedro

La vita dell'archeologo può essere ricca di avventure e peripezie. Questo è quello che ci hanno insegnato in film e videogiochi, ma per Enrico Gions, archeologo italiano poco conosciuto se non nel suo paese di origine, Palata, nel Molise, non è affatto così. Ha studiato parecchio nella sua vita ed è riuscito ad arrivare alla professione che aveva sempre sognato. Ispirato in gioventù dal leggendario Henry Jones jr. meglio noto come Indiana Jones, mania attaccata dal padre che infatti scelse il nome Enrico per via dell'assonanza del cognome di famiglia, decise di voler diventare proprio come quel personaggio, sempre in mezzo all'avventura e circondato da qualche bella donna.

L'unica cosa però di cui era circondato era la noia. Tutte le volte che si partiva per una spedizione, si tornava a casa con un vaso, una ciotola o magari qualche osso di chissà chi.

Insomma, di avventure manco l'ombra e di belle donne, meglio non parlarne.

Almeno aveva un soprannome come il suo mito: gli amici del paese lo chiamavano “Palata Gions”;

sia per il paese citato sopra, sia per il suo lavoro che spesso aveva a che fare con gli scavi.

Ma veniamo al dunque. Una mattina d'estate, rientrato a casa dopo alcune commissioni, trovò una busta gialla nella buca delle lettere. Estraendola dalla fessura, notò subito l'inconfondibile sigillo di cera della Società Archeologica. Annoiato, la aprì sapendo già che sarebbe stata l'ennesima spedizione noiosa, ma era lavoro, c'era poco da fare.

La lettera diceva che si sarebbe dovuto recare al Porto di Marsala, in Sicilia e da lì sarebbe partito verso un'isoletta al largo del Mar Tirreno. Ad attenderlo ci sarebbero stati altri archeologi e una guida che li avrebbe condotti all'isola.

Arrivò il giorno ed Enrico partì da Palata con il suo solito poco entusiasmo.

Giunse al Porto di Marsala dopo lunghe ore di viaggio e sul luogo di incontro vide alcune persone con borsoni e zaini. Erano in tre: un uomo cicciottello e pelato con dei folti baffi vestito con dei pantaloni cargo e uno smanicato nero, un uomo smilzo vestito in jeans e camicia con una coppola sulla testa e poi c'era una donna dai capelli scuri e mossi vestita con stivali neri, pantaloni e giacca tinta sabbia.

Enrico parcheggiò il piccolo pulmino e andò incontro al gruppetto di persone.

“Salve.” Salutò con un bel sorriso forzato.

“Buongiorno...” Rispose la donna mentre lo guardava dalla testa ai piedi. Enrico portava un giubbotto di pelle marrone, dei pantaloni di tela grigi e un paio di stivali scuri e, ovviamente, un cappello da discount sulla testa che ricordava quello del suo idolo.

“Dal modo in cui è vestito posso intuire che lei sia il signor Gions?”

Enrico osservò quella donna. Rarissime volte gli era capitato di trovare una donna così bella nei suoi viaggi. Annuì sicuro di sé: “Esatto. Sono il professor Enrico Gions.”

Poi si fece avanti l'uomo con i baffi: “Il famoso Palata Gions.” Disse schernendolo.

Enrico lo guardò meravigliato: “Come conosce il mio soprannome?”

L'uomo rise di gusto. Una risata rumorosa e grossa. “Come? Non mi riconosci?”

Enrico cercò di ricordarsi di quel volto, ma non riusciva proprio ad inquadrarlo.

L'uomo robusto aprì le braccia: “Dai. Sono Brodi. Marco Brodi, ricordi? Eravamo alle medie insieme.”

Ora Enrico ricordava. I suoi occhi si illuminarono di gioia, non si vedevano da una vita. Nella mente gli riaffiorarono tutte le stupide avventure che andavano a fare nei pomeriggi di primavera dopo la scuola tra le campagne e i boschi, come il loro eroe Indiana.

“Da non crederci!” Rispose Enrico abbracciando il suo vecchio amico.

La donna intanto si stava spazientendo. “Abbiamo finito con queste smancerie? Magari partiamo?”

Gions si era quasi dimenticato di quella donna. Quella bellissima donna.

“Mi scusi...” Pronunciò cercando di nascondere l'imbarazzo.

La donna si presentò: “Signorina Marina Corvino, piacere di conoscerla signor Gions. Ho sentito molto parlare di lei nei licei dove insegno storia.”

“Davvero interessante.” Esclamò Enrico. Intanto il loro accompagnatore stava perdendo la pazienza. Si voltò verso il trio che nel frattempo aveva cominciato a chiacchierare di mummie e scavi.

“Sentite, signori. Dispiace interrompervi ma sarebbe meglio partire per l'isola.”

I tre si scusarono e salirono sulla barca che li avrebbe portati alla meta, tra le rovine di qualche civiltà antica.

Il signor Brando, così si chiamava la loro guida, era del posto e sapeva benissimo come arrivare all'isolotto; in mezz'ora erano già pronti per attraccare ad un piccolo molo.

Appena scesi dalla barca, rimasero tutti e tre stupiti da quello che si parò davanti ai loro occhi.

Un panorama di rovine azteche tra i grovigli di una natura selvaggia.

“Incredibile. Come fanno ad esserci rovine azteche su quest'isola?” Chiese Enrico.

Il signor Brando presumeva la risposta: “Si dice che un gruppo di aztechi siano approdati qui dopo essersi persi nei mari durante le esplorazioni. Ammetto che a me è sempre parso impossibile.”

A Marina balenò un dubbio nella mente. “Come è possibile che nessuna rivista scientifica abbia mai detto nulla di queste rovine? Nessuna foto, nessun articolo...”

Il signor Brodi ipotizzò una risposta: “Semplice, signorina. Nessuno ha mai fatto ritorno da questo luogo.”

Ci fu un “gasp” generale. Erano parole forti che mettevano in dubbio il coraggio dei prodi archeologi.

Brando conosceva storie di quel luogo. Racconti di strani eventi e spiriti che facevano rabbrividire.

“Le leggende parlano di un uomo con una maschera che attacca le persone e lascia dietro di sé un inconfondibile profumo di agrumi.”

Gions ridacchiò e scosse la testa: “Sul serio?” Disse guardando gli altri due archeologi, “E noi dovremmo credere a queste stupidaggini?”

Brando fece spallucce: “Fate un po' come credete. Io rimango qui fino a domani mattina. Non un giorno di più.”

“Bene...” Sospirò Marina. “Da dove cominciamo?”

Marco ed Enrico si guardarono intorno. Le piante avevano abbracciato le antiche rovine e ormai era rimasto ben poco. L'unico posto quasi intatto era il piccolo tempio oltre il boschetto di rovi e cedri.

Machete alla mano, Enrico si fece strada tra la vegetazione. Il profumo dei cedri permeava l'aria ed era davvero piacevole.

“Come mai queste piante di cedro, signor Brando?” Chiese Marco al piccolo uomo siciliano.

Brando si levò la coppola e si asciugò il sudore dalla fronte. Il sole picchiava forte quel giorno.

“Che dire? Queste piante sono qui da secoli. Nella zona si dice che siano stati piantati dal popolo azteco che naufragò qui.”

Gions non disse nulla e intanto pensava a come fosse possibile tutto questo.

Finalmente arrivarono all'entrata del tempio.

Due grosse colonne intagliate con disegni ormai poco visibili, davano il benvenuto verso un antro buio e polveroso.

“Io aspetto qui fuori.” Disse Brodi. “Faccio la guardia che non si sa mai.”

Enrico lo guardò e sogghignò: “Certo. Come ai vecchi tempi.”

Marina invece era molto curiosa: “Io entro con lei, professor Gions.”

Brando seguì i due archeologi verso l'entrata del tempio.

Marco era rimasto da solo, in pace tra la natura di quell'isola selvaggia.

Una pace impreziosita da canti di uccelli, onde del mare che si infrangevano sugli scogli, versi di animali in lontananza e qualche fruscio tra le piante. Troppi fruscii tra le piante.

“No dai, ho cambiato idea.” Marco corse goffamente verso l'entrata: “Aspettatemi ragazzi!”

Il tempio era buio, ma la torcia elettrica di Marina svelò un innesco per un sistema di accensione di alcune fiaccole presenti sulle pareti. Prese l'accendino dalla borsa e dopo un paio di tentativi, l'olio prese fuoco accendendo tutte le fiaccole presenti nella stanza.

Sulla grande parete davanti a loro c'erano due statue che reggevano due calici di pietra. La lingua dei due umanoidi raffigurati pareva quella dei rettili e si andava ad appoggiare sui due calici.

“È come se si dissetassero da quei calici.” Presumette Enrico.

“Mi pare ovvio, professor Gions.” Esclamò Marina spazientita.

Nel frattempo, Marco aveva scoperto qualcosa tra alcuni rami di cedro che si erano fatti strada fin dentro le mura della stanza.

“Presto, guardate qui!” Il robusto archeologo sembrava agitato.

Avvicinandosi, videro che tra i rami spinosi dei cedri, vi era avvinghiata una maschera. Era stata intagliata da un unico pezzo di pietra. I buchi per gli occhi avevano un taglio minaccioso, la bocca carnosa era sorridente, mentre il colore giallognolo e la forma ricordavano un cedro.

“Profuma di agrumi signori.” Disse preoccupato Brando.

Enrico tagliò i rami contorti a colpi di machete. Prese la maschera e la osservò tra la preoccupazione degli altri tre:

“È solo un'antica maschera di pietra. Non vorrete davvero dar retta a vecchie leggende.”

“Ma odora di agrumi, come diceva poco fa il signor Brando.” Precisò Marina.

Brodi ci pensò su lisciandosi la barba: “Suppongo che rimanendo avvinghiata a quei rami per tutti questi anni si sia impregnata dell'odore dei cedri. Nulla più.”

Gions sorrise: “Bravo Marco. Finalmente qualcuno che ragiona.”

Presa la maschera che avrebbero studiato più tardi, proseguirono con l'esplorazione del tempio.

In alcune incisioni scoprirono che davvero ci fu un gruppo di aztechi che in passato approdò su quell'isola, ma le incisioni non raffiguravano nessuna nave o barca.

“Questo rimane un mistero.” Esclamò Enrico.

“Mistero che risolverete domani, signori miei.” Aggiunse Brando. “Il sole sta per tramontare ed è meglio se torniamo all'accampamento.”

Tornati al campo, si rilassarono, accesero un fuoco e mangiarono qualcosa.

A metà serata, Brando aprì una cassa di cedrata e la distribuì.

“Servitevi pure, signori, questa la prepariamo in famiglia. Gustosa e rinfrescante.”

“Ah, ci voleva proprio!” Esclamò Marina.

Enrico invece parlava poco, era intento a studiare quella strana maschera.

“Lascia stare quel manufatto, Enrico. Meglio riposare la mente.” Consigliò il suo amico.

Gions sospirò e posò la maschera su una delle casse di legno.

“Forse hai ragione. Meglio dormirci su.”

Si ritirarono nelle loro tende. Marco non ci mise molto ad addormentarsi, ma il suo grosso russare non faceva dormire gli altri.

“Porca vacca! Ma come si fa a creare dei rumori del genere!” Esclamò Marina. Prese i tappi per le orecchie e si sdraiò nuovamente.

Enrico scacciò il pensiero della maschera e si mise a dormire, anche se l'ultimo pensiero andò alla bella Marina: “Chissà se era già fidanzata?”, e l'ultimo sguardo andò alla sua tenda: “Ma no, meglio dormire.”

La notte fresca diede sollievo a tutti, ma Brando aveva davvero sete. Uscì senza fare rumore dalla tenda, non voleva dar fastidio agli studiosi, prese una bottiglia di cedrata e ne bevve qualche sorso.

“Ah, ora si che si ragiona.”

Era meglio portarsi la bottiglia nella tenda, nel caso avesse ancora sete. Lentamente riprese ad andare verso la tenda, ma nel buio non si accorse della cassa davanti a lui. Picchiò una ginocchiata che gli fece perdere l'equilibrio, versando un po' di cedrata. Si aggrappò al bordo della cassa, immobile per paura di aver svegliato qualcuno, ma dopo qualche secondo capì che nessuno lo aveva sentito. Tirò un sospiro di sollievo, ma un rumore, un fruscio, gli diede da pensare.

Sopra la cassa dove si era appoggiato notò la maschera di pietra.

“Porca zozza...” Disse tra sé, “Ci ho versato sopra la cedrata...” ma ciò che lo fece gelare dalla paura, fu il lieve movimento di quel pezzo di pietra scolpito.

Guardò meglio. La maschera si mosse ancora, tremò. Dalle estremità uscirono delle radici spinate e come un ragno, la maschera prese a muoversi. Brando non ebbe nemmeno il tempo di urlare che la maschera gli saltò in faccia, abbracciandogli il viso. Era così stretta che per un attimo gli sembrò di non respirare. Le radici spinate si infilarono nella carne facendolo urlare, ma la maschera attutiva le grida. Poi il profumo di agrumi e Brando cadde in trance.

Sentì una forte sete seccargli la gola, una voglia matta di cedrata. Nella sua mente solo quel gusto avrebbe potuto dissetarlo.

Nella notte, Enrico si svegliò a causa di alcuni colpi che sembravano dati alle casse fuori dalle loro tende insieme a versi di uno strano animale nervoso che ansimava in cerca di qualcosa per alleviare la sua furia.

Non solo Enrico si svegliò, ma tutti e tre uscirono dalle loro tende per vedere che diavolo stesse accadendo.

Davanti ai loro occhi videro Brando che ansimava e raschiava tra le casse rotte, avido di quella cedrata fresca e piacevole.

I tre archeologi si guardarono perplessi e solo dopo qualche secondo si accorsero che il volto della loro guida era coperto dalla maschera trovata nel tempio.

Brando alzò la testa, li guardò uno ad uno per poi ruggire con un verso che raschiava la gola e ributtarsi tra le bottiglie di cedrata che però ormai erano vuote.

Preso da una furia animalesca, come un babbuino isterico, Brando si gettò su Marco Brodi, graffiandolo in volto. L'uomo fu buttato a terra. Era visibilmente spaventato.

“Ha...ha una forza fuori dal normale!” Esclamò ansimando per la paura.

Marina aveva gli occhi fissi su quel mostro, uno sguardo gelido di paura. Si voltò verso Enrico: “La storia era vera...non ci posso credere, professor Gions.”

Enrico osservò quell'uomo mascherato ormai tramutato in una sorta di bestia isterica: “Già...” Disse con disprezzo. “Odio avere torto.”

Guardò il suo amico, si stava rialzando dopo la caduta, mentre Brando si era voltato verso il boschetto di cedri.

“Sente l'aroma degli agrumi. Dobbiamo fermarlo prima che combini qualche altro casino.” Marina lo disse in maniera disperata, guardando Enrico, come se lui fosse quello destinato a salvare la situazione.

“Ok, ok...” pensò Gions mentre si aggiustava il cappello. Gli venne un'idea.

“Mettetevi dietro di me, so come fermarlo!”

I due archeologi non se lo fecero ripetere due volte.

Gions prese la bottiglietta di cedrata che aveva ancora nella borsa, la estrasse e la scrollò chiamando Brando.

“Ehi! Brando! Vuoi un po' di questa?”

Brando si fermò di colpo, si voltò di scatto e corse verso Enrico.

Intanto l'archeologo aveva la sua arma segreta: una corda... eh no, non era una frusta.

Prese la corda e cominciò a farla girare e girare, fino a che il tessuto intrecciato non cominciò a emettere scintille dorate.

Gli altri due archeologi rimasero impietriti davanti a quella strana tecnica.

Brando saltò con tutta la furia che aveva in corpo e ad Enrico Gions parve che quella maschera gli stesse sorridendo in maniera diabolica.

Quando quella creatura passò al di sopra della corda, Enrico la tirò a sé con tutta la forza. La corda si strinse al corpo di Brando, immobilizzandolo. Brando emise un grido che paralizzò tutti e tre gli archeologi. Un grido di dolore che sanciva la fine dell'incontro. La maschera, attraversata da piccole onde di elettricità statica, lasciò la presa sul volto della povera guida.

Brando si risvegliò sano e salvo, confuso e senza sapere cosa fosse successo.

La maschera rimase a terra come se non fosse accaduto nulla.

“Come ha fatto, professor Gions?” Chiese incuriosita la donna.

Enrico sorrise, un sorrisetto che per Marina risultò irresistibile: “Semplice. Onde di elettricità statica. È una tecnica che ho imparato nel lontano Oriente.”

Brodi rise di gusto: “Questa cosa è proprio da Palata Gions. Sei un eroe, amico mio.”

L'uomo si avvicinò alla maschera: “Dovremmo distruggerla.”

Enrico Gions scosse la testa mentre osservava quel raro manufatto diabolico: “No. Questa maschera è un oggetto molto prezioso, dovrebbe stare in un museo.”

La mattina seguente ritornarono tutti a casa e la maschera fu esposta in una teca di un museo a Roma.

A distanza di settimane, la guardia notturna sostiene di sentire frequentemente un irresistibile profumo di agrumi, ma pensa soltanto che sia il nuovo deodorante per ambienti installato dagli addetti alle pulizie; in più, ha chiesto se nella macchina delle bevande non sia possibile aggiungere della rinfrescante cedrata. Mai in vita sua aveva mai sentito così tanto bisogno di quella bevanda.

 


 

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