Tutto ha inizio in un soleggiato pomeriggio d'autunno in una piccola città lontana dalle metropoli.
Robert stava uscendo dal suo ufficio, quando d'un tratto si ricordò di aver scordato il telefono sulla scrivania.
Rientrò dal portone e salì le due rampe di scale. Si soffermò per qualche istante davanti alla porta dell'appartamento a fianco del suo ufficio. Una frase, probabilmente scaturita dalla televisione, gli aveva rubato un attimo di attenzione. Il tizio, o la tizia, stava guardando uno di quei programmi sui misteri irrisolti in qualche cittadina semi sconosciuta del mondo. Nella trasmissione discutevano di creature arrivate da altre dimensioni e di cosa erano venute a fare nella nostra realtà. Forse per avvertirci di qualcosa? Forse per prendere il sopravvento sulla nostra razza? Tutte domande che terminavano con un “ è possibile”.
Robert si era già distratto troppo e maledì quei programmi da quattro soldi. Entrò nell'ufficio e prese ciò che aveva dimenticato.
Uscito nuovamente dal palazzo, finalmente poteva tornarsene a casa in tutta tranquillità.
Passò la serata davanti alla TV, tra un film su Netflix e un episodio di una serie strampalata su supereroi terrapiattisti, viaggi spaziali improbabili e polli alieni che invadevano la terra.
“Che cazzo di serie TV! Fuori di testa!” Detto questo, spense la TV e se ne andò a dormire.
Manco a farlo apposta, il suo sonno fu invaso da tutte quelle storie strane che aveva sentito e visto durante la giornata.
La sveglia lo riportò bruscamente alla realtà. Aveva giusto qualche scartoffia da visionare ma per il resto della giornata sarebbe stato libero da altro lavoro, così pensò di passare il pomeriggio fuori casa e la sera avrebbe mangiato nel suo ristorante preferito appena fuori città: “Radamante's”.
Il tramonto aveva lasciato spazio ad una serata umida.
Arrivato al ristorante fu subito accolto all'entrata dal vecchio Thomas che lo accompagnò al solito tavolo.
“Diamine, Robert. Ancora solo. Quando vedrò una bella ragazza in tua compagnia?”
Robert ormai era abituato a quella domanda e ci faceva poco caso.
“Quando sarà il momento, prenoterò un tavolo per due.” Disse il ragazzo sorridendo.
La cena fu perfetta. I piatti erano favolosi e il vino ottimo come sempre.
Robert si alzò dal tavolo e andò a pagare.
Pochi minuti dopo corse via dal ristorante con dipinto negli occhi la paura e il disagio di aver visto qualcosa di orribile.
Chiariamo la situazione e torniamo indietro di qualche istante.
Robert paga la cena dicendo al proprietario che era davvero soddisfatto. Tutto nella norma.
Mentre attraversa la sala verso l'uscita, ecco che una frase orribile e senza senso giunge alle sue orecchie da un tavolo poco più in là: “Cameriere...c'è un...occhio nella mia zuppa...?”
A Robert parve assurdo aver sentito una frase del genere, si voltò verso l'uomo che aveva pronunciato quella frase. Un signore con dei folti baffi e capelli corti brizzolati era seduto ad un tavolo insieme a sua moglie. Stava osservando il contenuto del piatto insieme alla compagna e al cameriere. Tutti e tre erano inebetiti. Robert si avvicinò quel tanto che bastò per vedere che era tutto vero. In quella zuppa galleggiava un occhio e cosa ancora più macabra, quell'occhio circondato dal denso liquido vegetale aveva appena sbattuto le palpebre.
L'orrore si impossessò di Robert che corse via dal “Radamante's” trattenendo un conato di vomito.
Dentro il ristorante cominciarono a volare frasi di indignazione, urla di disgusto e i clienti cominciarono a scappare senza pagare.
L'uomo con i baffi, Bruce, vide sua moglie lasciare il tavolo e urlargli di scappare mentre il cameriere era già fuggito da un pezzo. Qualcosa non stava andando per il verso giusto, vero?
Bruce provò ad alzarsi dalla sedia ma qualcosa lo trattenne.
La zuppa cominciò a vorticare, mentre un volto con un occhio solo e senza naso apparì nel vuoto denso di quel piatto. Il vortice creò un vento che ancorava l'uomo al tavolo. Tese un braccio alla moglie che subito lo afferrò, ma l'imponente forza di quel turbine non lasciò scampo al marito.
Bruce sfuggì alla presa di sua moglie ritrovandosi davanti al vortice, sempre più vicino, intravedendo quello strano viso che muoveva le labbra sottili come per dirgli qualcosa; qualcosa che non riusciva a percepire. Nelle sue orecchie c'era troppo caos.
Bruce venne risucchiato nel maelstrom di zuppa in pochi istanti. Spaventato dal forte rumore di vento e da quello che avrebbe potuto vedere, chiuse gli occhi, ma una voce cupa in lontananza gli diceva di riaprirli, di non avere paura.
Bruce provò a dargli retta e ciò che vide lo fece rimanere senza fiato.
Dentro l'enorme tunnel i colori si continuavano a mischiare tra di loro dando vita a tonalità mai viste prima. Forme senza un apparente significato si mescolavano e si riformavano in pochi istanti donando alla mente di Bruce visioni a lui incomprensibili, una moltitudine di fogge che non conosceva ma che avevano un ordine preciso.
Il viaggio di pochi secondi dentro quel tunnel sembrò durare un'eternità. In fondo al vortice che lentamente perdeva forza, Bruce intravedeva una luce azzurra contornata da pagliuzze dorate che si avvicinava sempre di più o forse era lui che avanzava verso di essa. Neppure il movimento era ovvio dentro quel caos.
La luce cresceva di intensità, Bruce ne venne avvolto per poi ritrovarsi nel buio più totale, ma fu solo per un secondo. Come un flash, davanti ai suoi occhi prese vita lo spettacolo di una natura mai vista prima.
L'uomo era su una distesa di verde erba che andava a buttarsi in una valle sconfinata. Il cielo azzurro ospitava candidi disegni di nuvole leggere, mentre scie colorate sfilavano tra le nubi dipingendo segni e curve che si imprimevano per pochi istanti prima di dissolversi.
Tutta l'atmosfera intorno al paesaggio era riempita da pagliuzze dorate svolazzanti e impalpabili.
A Bruce pareva di essere capitato in un mondo disegnato in qualche libro o fumetto. Era talmente immerso in quella natura che la sua mente si liberò da ogni pensiero.
L'aria fresca e pura, il sole e un intenso profumo di fiori, donavano all'uomo una calma probabilmente mai provata, accompagnata da strani canti di uccelli e dallo scrosciare di un torrente nelle vicinanze.
Alcuni passi dietro di lui lo fecero sussultare. Bruce si voltò e per poco non gli venne un infarto quando vide il viso che lo aveva osservato pochi istanti prima dentro quel piatto di zuppa.
Il ciclope avanzava verso di lui agitando goffamente un braccio in segno di saluto: “Ave creatura ultra dimensionale.”
Bruce rimase immobile a fissarlo. Lui i ciclopi li aveva visti raffigurati sui libri, letti in vecchi romanzi, ma se li ricordava parecchio alti e grossi e comunque mai avrebbe potuto pensare di trovarsene uno davanti; quell'essere era basso e goffo. Quando si avvicinò vide che gli arrivava a malapena al petto e Bruce era di altezza media, non di sicuro un gigante.
La creatura, completamente calva, aveva un occhio solo al centro, due fessure verticali al posto del naso posto nel mezzo di un viso piatto e due piccole orecchie ai lati della testa. Le labbra erano sottili e scure, la pelle di un colore lilla. I vestiti non erano però molto diversi da quelli che Bruce conosceva.
L'umanoide indossava una t-shirt verde con una scritta rossa incomprensibile, dei pantaloncini di tela marroni e un paio di scarpe da ginnastica.
“Benvenuto nel nostro mondo, creatura.”
Bruce rispose solo dopo qualche istante di smarrimento, giusto il tempo di far sparire un po' di paura e timore: “Oh...grazie, ma dove sarei capitato?”
Il ciclope rispose molto educatamente: “Sei in un'altra dimensione. Precisamente sullo stesso pianeta che conosci come Terra.”
Bruce si guardò di nuovo intorno meravigliato: “Questa sarebbe la Terra?”
“Beh, si. Ma non quella che conosci tu. Qui sei in un altro universo. Un'altra realtà.” Rispose il piccolo ciclope.
Il cervello di Bruce sembrava non funzionare più; era come bloccato in un ragionamento senza senso.
“Ok...e ci sono entrato da una zuppa, giusto?” Domandò l'umano. “Oppure ho sognato tutto...o magari...” esclamò con un aria di uno che ormai è su una crisi di nervi, “...magari sono morto o impazzito totalmente...” Si passò le dita tra i corti capelli in maniera convulsa.
Il ciclope tranquillizzò subito l'uomo: “Non devi preoccuparti. Sei entrato da un...com'è che lo hai chiamato...ah, tshuppa perché era della misura e della densità liquida perfetta per aprire un portale ultra dimensionale.”
Bruce annuì: “Certo, certo...”, ma l'umanoide notò un po' di confusione.
“Voi non usate portali per altre dimensioni?” Chiese gentilmente con una certa sorpresa.
“No...direi proprio di no!” Esclamò turbato. Si guardò ancora in giro: “Ma dove diavolo sono capitato?” domandò tra sé.
Il posto era meraviglioso, certo, ma non era il suo mondo.
“Come posso tornare a casa?” Chiese Bruce.
“Non saprei, ma...Basta che ci aiuti.” Rispose l'umanoide.
“Cosa vuol dire non saprei? E poi aiutarvi...?” Domandò irrequieto l'uomo.
Il ciclope annuì: “Tu, devi riportare a casa quelli come te.”
Bruce non stava capendo nulla di ciò che stava dicendo. Sembravano frasi buttate alla rinfusa.
“Senti...” cominciò l'uomo che subito fu fermato dalla creatura con un cenno della mano.
“Ascolta attentamente. Gli uccelli hanno smesso di cantare.”
Bruce ascoltò con lo sguardo sulla valle: la natura aveva fermato la sua sinfonia.
“Presto, di qua!” Il ciclope fece cenno di seguirlo in mezzo ad un anfratto roccioso.
Intanto dalla valle arrivava un lieve rumore che presto si tramutò in un fragoroso boato.
Una enorme nuvola di polvere rossa avanzava velocemente nella loro direzione nello stesso istante in cui diversi bagliori di luce si materializzarono a pochi metri di distanza da dove erano nascosti.
Altri umani fecero la loro comparsa. Confusi, disorientati e impauriti come lo era Bruce pochi istanti prima.
Accadde tutto in un istante. La nuvola rossa passò sopra quelle persone inghiottendole in un abbraccio rosso e denso.
Sparirono tutti in lontananza insieme alla grossa nube rossa.
Bruce tremava dalla paura.
“Sei salvo creatura ultra dimensionale. Il mio piano ha funzionato.” Disse il ciclope sorridendo.
Bruce scosse la testa. Ancora una volta non capiva: “Sono salvo? Quale piano? Di cosa diavolo parli!”
“Sono riuscito a manomettere uno dei portali. Il tuo. Questo ti ha fatto arrivare qui prima degli altri, altrimenti saresti stato preso e imprigionato insieme ai tuoi simili.” Disse l'umanoide in tono di esultanza.
“Chi sei tu?” Chiese Bruce confuso dopo quello strano discorso. “E come puoi parlare la mia stessa lingua?”
Il ciclope abbassò la testa pensieroso e triste: “Io mi chiamo Chuck e non so bene cosa sono, ma sono sicuro che non avevo questa forma in passato.”
Bruce non fece altro che rimanere in silenzio.
Il ciclope continuò con la sua spiegazione.
“Questo mondo, questo pianeta Terra è pieno di creature come me, ma io li ho visti trasformarsi e diventare per sempre come sono io. Solo che dopo non ricordano più chi erano o quanto sono vecchi.”
Dopo aver ascoltato le parole di Chuck, Bruce capì la situazione. Nonostante pensasse che fosse tutto un sogno, ormai aveva le prove che non era affatto così.
“Tutto questo è dovuto a quella Nube Cacciatrice che prende quelli come te e li porta al di là del confine, oltre la valle, al cospetto di Lord Thamos. Un pazzo che vuole costruire un universo alternativo con creature che secondo lui, sono perfette.”
A Bruce pareva una storia letta in un fumetto. Roba da matti. Chuck continuò.
“Tutte queste creature vengono trasformate dai gas cremisi a cui vengono sottoposti per giorni...e poi diventano tutti come me...” A Chuck scese una lacrima dal suo occhio azzurro. Bruce era quasi commosso da quelle parole, ma ciò che prese il sopravvento in lui fu la disperazione e la rabbia.
“Per questo mi hai salvato? Per aiutarti a porre fine a tutto questo?” Domandò Bruce con compassione mista a disagio. Ovviamente la risposta la conosceva già.
Il ciclope annuì.
“Esatto. Devo provare. E l'unica cosa che sono riuscito a fare e stato deviare il tuo portale di qualche minuto.”
Bruce uscì fuori da quell'anfratto roccioso. Gli uccelli avevano ripreso a cantare.
Con sguardo di sfida e i pugni chiusi guardò l'orizzonte: “Hai un piano?”
Era ormai il tramonto e Chuck portò Bruce in un posto oltre il bosco in mezzo ad un ammasso di rovine e rocce.
In quel luogo erano tutti come Chuck. Una comunità di ciclopi di razze diverse. Chi aveva l'occhio a mandorla, chi era più scuro di pelle, chi aveva i capelli, altri erano più alti e altri più bassi. C'erano bambini, anziani, femmine e maschi e tutti vivevano ed erano vestiti come nel mondo di Bruce.
“Incredibile!” Esclamò l'uomo in una smorfia di sorpresa.
“Vieni con me.” Disse Chuck, “Ti porto dal sindaco.”
Il sindaco risiedeva nell'edificio più alto del villaggio. Un rudere di un normale palazzo rattoppato con altri rottami.
Il capo del villaggio accolse Bruce con educazione ma subito si concentrò su Chuck.
“Dove sei stato? Tua madre ti prenderà a calci questa volta e ringrazia che non mi metto a farlo io!”
Chuck fece finta di essere dispiaciuto, ma gli scappò una risata.
“Ah, lasciamo perdere.” Disse il sindaco. “Piuttosto. Chi è questo personaggio?”
Chuck spiegò i fatti a suo padre.
“Ottimo figliolo. Almeno questa volta sei riuscito a non combinare guai.”
Il sindaco diede una poderosa pacca sulla spalla a Bruce.
“Vieni, ti spiegherò il piano insieme ai miei soldati. Tu sarai il fulcro di tutto.”
Il piano fu discusso attorno ad un grosso tavolo ricavato da un tronco d'albero ed era molto semplice: parte dei soldati sarebbero andati di nascosto oltre la valle, ai confini della città di Lord Thamos pronti a qualsiasi emergenza. L'altro gruppo sarebbe rimasto con Bruce per scortarlo fino al palazzo, fingersi servitori di Thamos e consegnare la creatura ultra dimensionale al Lord.
Un'esca perfetta ma munita di un aggeggio che avrebbe distrutto il macchinario che creava il ponte energetico tra le due dimensioni.
Solo un umano sarebbe potuto entrare in quella stanza e non per sua scelta.
Bruce accettò. Era l'unica probabile possibilità per tornare indietro.
Il piano venne attuato nella notte e tutto funzionò a meraviglia.
Bruce fu preso e portato al cospetto di Lord Thamos per essere punito, ma soprattutto per fare luce sul come mai era riuscito a scappare dalla Nube Rossa.
Lord Thamos osservava l'umano dal suo imponente trono rosso, dietro una maschera di pietra.
“Sei stato il più furbo!” Esclamò.
“Nessuno era mai riuscito a scappare dalla Nube Rossa. Mi congratulo.”
L'essere mascherato scese dal trono e si avvicinò a Bruce.
“Ma una cosa non ho ben chiara, Bruce.” Thamos pronunciò quel nome con una voce che all'uomo ricordava qualcuno e cosa più spaventosa, conosceva il suo nome.
“Perché proprio tu sei venuto qui e non quel dannatissimo idiota di Robert.” Bruce alzò lo sguardo verso Thamos. Aveva capito tutto, questa volta.
“Tu! Bastardo! Tu sei Thomas del Radamante's!” Esclamò alzando la voce. “Hai solo cambiato le vocali del nome, capirai!”
Thamos rise di gusto. “Ah, si, perspicace, ma mi dispiace dirti che non sono io.”
Si tolse la maschera di pietra e apparve il volto di Thomas, solo leggermente diverso, molto meno umano di quello che ricordava.
“Io sono il gemello di Thomas. Il gemello brutto, diciamo. Il fratello più cattivo.”
Le labbra sottili si allungarono in un sorriso diabolico che mostrava denti aguzzi e gialli.
“Lui fa solo il lavoro sporco. Seleziona le cavie più insulse per portarle a me. Gente stupida, gente sola...” Si avvicinò all'orecchio di Bruce che era ancora inginocchiato a terra con i polsi incatenati adagiati sulle gambe.
“...persone superficiali che vorreste togliervi dalle palle, ecco.”
Bruce lo guardò dritto negli occhi: “E io non sono una di quelle cavie? Sai, mi sento offeso!”
Dicendo questo si alzò da terra con tutta la forza che aveva e tirò una gomitata al soldato che lo teneva incatenato.
“Che diavolo?” Thamos ebbe una reazione di sorpresa.
L'umano sorrise con sguardo di sfida verso il sovrano.
Pieno di rabbia, Thamos sferrò un pugno sul volto di Bruce.
Bruce cadde a terra, ma prese a ridere mentre un rivolo di sangue gli segnava il labbro inferiore.
“Che hai da ridere, sub creatura?” Lord Thamos era furibondo. “Basta così! Ora anche tu avrai il privilegio di farmi da cavia.”
Accompagnò l'umano impertinente nella sala del macchinario insieme a i suoi simili.
Quando Bruce fu messo in una capsula vicino alla macchina pronunciò una sola frase: “Io non sono una cavia!”
Thamos si voltò con gli occhi iniettati di sangue.
Bruce, incatenato ai polsi, alzò il dito medio verso il viscido Lord e schioccò le dita; una scintilla dorata scaturì da esse.
Le due membrane create da Chuck, una sul pollice, contenente alcune gocce di zuppa portate da Bruce dal suo viaggio e l'altra nel dito medio con incamerate alcune scintille dorate della valle, sfregarono tra loro creando un' onda ultra dimensionale che disintegrò il macchinario e le energie generate da esso.
Thamos venne inghiottito da un portale generato a caso e sparì in un universo parallelo...probabilmente, mentre tutti gli umani ancora nelle capsule per la trasformazione svanirono per poi ritrovarsi nella loro dimensione.
Il portale cominciò a fagocitare tutta la realtà di quel pianeta e Bruce venne teletrasportato nel suo mondo appena in tempo.
Si ritrovò solo, nel ristorante da dove era cominciato tutto, seduto sulla sedia con davanti il piatto di zuppa ormai vuoto. Uscì dal locale e tutto era tornato alla normalità.
Bruce tornò a casa, frastornato da quel viaggio ultra dimensionale, ma aveva ancora un pensiero in mente: “Che fine avrà fatto Thomas?”
Quella domanda avrà mai trovato una risposta?
Ovviamente, la brutta storia del ristorante fu fatale per il Radamante's che chiuse i battenti alcuni giorni dopo.
Il ponte tra i due pianeti Terra si dissolse e i ciclopi non tornarono mai più ad essere umani e non impararono mai a schioccare le dita, ma almeno avrebbero vissuto felici in un mondo senza Lord strampalati in cerca di cavie da altre dimensioni.

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