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Il Cacciatore di Insetti

C'è chi ama la Nutella, chi i Plasmon; chi ama la pizza e chi adora andare a caccia. Ma c'è un tipo strambo che ama un certo tipo di caccia: la caccia agli insetti.

Niente di così strano, direte voi. Dipende, visto che questo tizio caccia mosche e zanzare con pistole e fucili, formiche e ragni con le granate e i calabroni li butta giù con il lanciarazzi, altro che John Rambo.

Il problema di questo povero signore è che semina panico e casino in tutta la città, soprattutto nei parchi costringendo così le autorità a sbatterlo in galera per un po' di tempo, metterlo nei servizi sociali, ma niente, tutto inutile. Alla fine si decise di mandarlo via dalla città, di esiliarlo nei boschi, naturalmente confiscandogli tutte le armi in suo possesso, se no avrebbe raso al suolo pure flora e fauna.

Ora Ubaldo vive in una capanna nei boschi, da solo, cacciando insetti con strumenti e trappole fatti da lui, ma non si diverte più come una volta. Dove erano le esplosioni, i colpi sparati da fucili e pistole, le raffiche di mitra e quella piacevole attesa di una bella mina antiuomo (ribattezzata da lui “Anti-insetto”)? Semplicemente non poteva più sparare nemmeno con la fionda dopo i casini fatti in città e dopo due anni passati a riflettere capì che forse era meglio così, in fondo tutto trascorreva tranquillo in quei boschi e pure in città...almeno fino a questo punto.


Successe tutto in una pacifica e fresca notte d'estate, una di quelle notti in cui apri la finestra ed entra quella piacevole arietta, accompagnata da un cielo pieno zeppo di stelle e con una luna così grossa che sembra poter toccare la terra, tipo quelle che si vedono nei film.

Nella calma del buio, un lampo rosso illuminò il cielo.

Il sindaco Osvaldo che viveva nelle campagne ai confini della città, riuscì a vedere quel lampo distintamente e per un attimo pensò che fosse un problema di cataratta. Preoccupato per fissare subito un appuntamento con l'oculista la mattina seguente, vide invece che non era l'unico ad aver visto quella luce fugace nel cielo. Anche Semir, il suo vicino era alla finestra a guardare stropicciandosi gli occhi per l'incredulità.

“Ehi Semir! Hai visto anche tu quella luce nel cielo?”

Semir si voltò verso Osvaldo distogliendo lo sguardo dal cielo. “Si si, Osvaldo...ho visto pure io...e non mi sento tanto sicuro...”

Osvaldo si voltò ancora verso le stelle. Un lampo più grosso del precedente illuminò il cielo notturno come fosse giorno, un giorno rosso, denso di paura e tensione.

“Diavolo...qui non la vedo bene...” Detto questo, Osvaldo vide un raggio rosso sottile come...come un laser appunto, tipo quello che i pirla puntano sullo schermo del cinema. Questo laser colpì dritto in fronte il povero Semir appena uscito nel cortile; il poveraccio cominciò a shakerare come un Daiquiri per poi collassare a terra come un sacco di patate.

“Ma no! Semir!” Il sindaco era davvero addolorato. Doveva agire.


Intanto in città stava accadendo la stessa cosa. In molti avevano visto quel lampo rosso nei cieli notturni e alcuni avevano fatto la stessa fine di Semir: Shakerati per bene. Persino ai baristi più in gamba della città non piaceva questa situazione pseudo-drammatica.

La gente cominciava a farsi prendere dal panico e le strade si intasarono di uomini, donne e bambini che correvano come pazzi scappati da un manicomio in pigiama e ciabatte.

Le auto tappavano le uscite verso i confini della città generando ancora più ansia e panico.

Il lampo rosso era sempre più grande e sempre più vicino e i raggi laser sembravano moltiplicarsi, nessuno era al sicuro.

Intanto nella calma del bosco, Ubaldo dormiva serenamente, ma si svegliò all'improvviso perché sentì uno strano rumore fuori dalla sua capanna. Uno scricchiolio di rami e foglie secche lo aveva messo in allarme, qualcuno era lì fuori ed era molto vicino.

Non vedeva un tubo poiché era notte fonda, ma per l'effetto sorpresa decise di non accendere le luci. Si alzò dalla branda cercando di non fare rumore, cominciò a muoversi nel buio della stanza e, maledetto il comodino, ci prese proprio il mignolino del piede sinistro. Soffocò un'imprecazione galattica, di quelle che fanno tremare le fondamenta stesse del mondo e che arrivano fino su, nell'alto dei Cieli.

Sospirò e calmò il dolore. Andò verso l'entrata della capanna brandendo una torcia anni '90, di quelle che funzionavano con 6 batterie enormi, un peso più che sufficiente per tramortire chiunque fosse là fuori.

Ubaldo aprì la porta di scatto e vide la sagoma di un uomo; sollevò la torcia come fosse un martello di guerra, ma al momento di colpirlo capì che era il sindaco Osvaldo.

“Che ci fa qui, sindaco? A quest'ora poi?” Ubaldo era un po' confuso.

Osvaldo era affannato, impaurito. “Abbiamo bisogno di te in città. C'è bisogno del vecchio cacciatore di insetti.”

Ubaldo non riusciva a capire. Perché adesso avevano bisogno di lui? E perché proprio di notte?

Osvaldo spiegò in breve la situazione. 

“Dopo quei lampi rossi nel cielo, le creature si sono materializzate. Sono insetti enormi...” 

Osvaldo prese Ubaldo per il colletto della camicia da notte e lo avvicinò a sè, faccia a faccia: “Enormi! Hai capito?”

Ubaldo vide la paura negli occhi da ranocchio di quell'uomo, vide il disperato bisogno di aiuto.

“Va bene. Dammi il tempo per cambiarmi gli abiti e ci sono.”

In pochi minuti Ubaldo era pronto, ma non aveva armi.

“Come posso aiutare senza le mie armi caccia-insetti?”

Osvaldo sorrise. “Non ti preoccupare Ubaldo, le tue armi sono già in città ad aspettarti.”


La città era nel caos più totale, la gente scappava urlando e alcuni caddero per mano degli avversari cosmici.

Un bambino era appena stato messo all'angolo in una piccola via e l'insettoide era pronto a divorarlo tra le sue viscide mandibole. Il piccolo piangeva per la paura e cercava di mandarlo via scalciando qua e là, ma l'esoscheletro proteggeva quella brutta bestiaccia lurida.

“Ehi schifezza cosmica!” Ubaldo era giunto in tempo e appena l'alieno si voltò, l'uomo sparò un colpo di fucile facendo saltare la testa di quell'immonda creatura spargendo fluidi giallognoli e gelatina verdastra sul bambino che corse via spaventato.

Ubaldo era carico come un giocattolo a molla e le sue armi pronte a far danni.

Uscì dalla via, si guardò intorno in mezzo al centro della città. Caos ovunque, ma gli abitanti ormai erano stati quasi tutti evacuati. La voce del sindaco Osvaldo gracchiò da un altoparlante di un palazzo: “Hai carta bianca, amico. Falli secchi.”

Ubaldo cominciò a sparare ad ogni singolo insettoide presente nei paraggi, era felice come un bimbo a Natale.

Gli alieni erano tutti alti circa un metro ma erano di svariati tipi: l'alieno formica, quello cavalletta, il famoso scarafaggio, l'orribile ragno (qui però siamo sull'aracnoide, eh), la perfida coccinella e quelli volanti come la vespa e la farfalla.

“Diamine! Sono tantissimi...” Ubaldo si guardava intorno dopo averne spiattellati un bel po' qua e là, ma sembravano infiniti. Ad ogni lampo rosso arrivavano sciami enormi, bisognava cambiare tattica o presto avrebbe finito le munizioni.

Sentì un ronzio fastidioso accompagnato da un sibilo e voltandosi verso il rumore che proveniva dall'alto, vide una navicella piatta e nera che si posava proprio sopra il municipio.

Aveva una brutta sensazione. Aveva già visto quella scena da qualche altra parte.

La nave aliena sprigionò un laser rosso che si intensificò proprio sopra il tetto del municipio. Ubaldo corse veloce verso la struttura, fece qualche capriola e qualche salto sparando a qualsiasi forma di vita aliena che cercava di attaccarlo. Lanciava granate a destra e a sinistra spappolando i mostri che uscivano dai vicoli adiacenti. Corse e corse a perdifiato, ma quando era ormai a pochi metri dal giardino del municipio la navicella sprigionò tutta l'energia in un raggio ancora più rosso che penetrò il tetto del municipio facendolo esplodere a pezzi.

Ubaldo stava vedendo la scena a pochi metri e si riparò gettandosi a terra dietro un muretto. Le macerie erano volate a pochi passi da lui, ancora fumanti.

“Dio mio!” Esclamò Ubaldo alzandosi con in volto un'espressione di incredulità.

La zona era piena di detriti e tutto era avvolto da una nube di polvere e fumo.

Un colpo di tosse giunse alle orecchie di Ubaldo; proveniva da destra, seguì una voce roca che cercava di dire qualcosa: “Ah...a-aiutoh...” L'uomo corse subito a vedere tra la polvere che ormai si stava diradando e vide un uomo appoggiato ad un grosso pezzo di cemento. 

Era Osvaldo ed era vivo. 

Appena vide Ubaldo disse solo una frase: “Dammi un'arma e vaperizziamo questi cazzo di insetti!”

Ubaldo fu felice di sentire queste parole e subito mollò un paio di armi al primo cittadino.

Nel frattempo la navicella era sparita e altri sciami erano...sciamati sulla città.

”Non potremo resistere a lungo.” Esclamò Ubaldo mentre guardava arrivare nuvole di esseri ripugnanti con lo sguardo tipico dell'eroe cazzuto ma disperato.

Osvaldo annuì, ma in quel momento gli venne un'idea. “Aspetta, Ubaldo.” 

Tirò fuori dalla tasca il cellulare e cominciò a digitare un numero lunghissimo. Qualcuno rispose con voce tranquilla “Signore?”

Osvaldo si fece serio in volto: “Attaccate ora, ma voglio che carichiate i velivoli con tonnellate di Vape.” Riagganciò.

“Ora, caro Ubaldo, divertiamoci qui mentre aspettiamo la cavalleria.”

Urlando come guerrieri pazzi in mezzo ad una guerra stile Platoon, si gettarono in mezzo a quelle zampe schifose e a quegli apparati boccali sbavosi che cercavano di prenderli, ma i fucili e le granate non lasciavano spazio a quegli orrendi mostri.

I due guerrieri fecero terra bruciata tutto intorno. Il suolo ormai era disseminato di zampe croccanti, pedipalpi vari, pezzi di carapace e teste allungate con occhi composti, il tutto condito da gelatine di fluidi verdastri e giallognoli vari. Una schifezza!

Il pericolo ora arrivava dai cieli. Centinaia di vespe, coleotteri e chissà che altro, stavano giungendo proprio verso di loro. C'erano pure le zanzare, ma zanzare enormi!

Ubaldo tirò fuori una risata nervosa: “Mi sa che li abbiamo fatti incazzare!”

“Già!” Disse Osvaldo ridendo anche lui. Ormai avevano i vestiti e i nervi a pezzi.

Lo sciame si fermò proprio davanti a loro, immobile. Solo dopo qualche istante si divisero in due file lasciando spazio al centro. Qualcosa di più grosso stava arrivando. Davanti ai loro occhi giunse una cimice gigante (sul metro e venti diciamo) impacciata e tozza...e brutta pure.

“Umani! Io sono il boss. Noi volevamo conquistare il vostro pianeta, ma voi ci avete messo i bastoni tra le zampe!”

I due uomini erano davvero sorpresi nel sentire parole umane dalla bocca di un insetto.

Osvaldo si fece avanti. “Certo. Pensavi di arrivare qui e trovare dei rammolliti?”

“Bravo Osvaldo. Così si parla.”

Osvaldo prese il fucile e fece saltare il torace di quella orribile cimiciona. Prima di morire, l'insetto emanò una puzza orribile: "Beccatevi questo, stupidi...uman...”. L'essere verde collassò.

Una puzza devastante uscì dal suo corpo obbligando i due uomini a coprirsi naso e bocca con la maglia.

Sciami di insetti stavano arrivando ancora e ancora. Erano a migliaia ormai, ma un suono nei cieli diede una speranza.

Osvaldo fece segno a Ubaldo di guardare per aria. Vide degli elicotteri neri che spargevano Vape tutto intorno facendo cadere a terra tutti gli insettoidi e facendoli contorcere in spasmi di dolore e morte.

All'alba il lavoro era finito. Tutta la città era tappezzata di insetti giganti morti come una bella moquette di un motel schifoso da quattro soldi.

“Li abbiamo fatti fuori, ragazzo!” Ubaldo diede una corposa pacca sulla spalla al sindaco.

Ma ovviamente non era ancora finita. 

Da un palazzo spuntò una navicella che cominciò a caricarsi di energia rossa. Ubaldo la vide per primo, il raggio stava per partire proprio verso di loro. Spinse a terra il sindaco, mise in spalla il lanciarazzi che non aveva ancora usato e sparò proprio nel momento che il raggio rosso fuoriuscì dalla navicella. Il razzo volò sfiorando il raggio di energia, Ubaldo si gettò a terra proprio all'ultimo momento vedendo il raggio colpire e sciogliere l'asfalto accanto a lui. Il missille invece centrò in pieno la navicella che esplose in mille pezzi tra scintille e detriti infuocati.

I due eroi si rialzarono in piedi e guardarono lo spettacolo fumando un buon sigaro.

“Guarda!” Disse Osvaldo “Sembrano i fuochi d'artificio delle feste di paese.”

Ubaldo rise di gusto “Hai ragione, amico mio. Ma direi che è ora di colazione.”

Osvaldo guardò l'orologio. Le 6.30 di mattina. “Caspita! Come passa il tempo quando ci si diverte. Andiamo, offro io.”

Mentre andavano verso un bar semidistrutto Ubaldo guardò uno di quegli insettoidi arrostito da una granata.

“Che dici? Sarà buono con uova e pancetta?”

 


 

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