Era la solita mattina di lavoro. Mi alzai presto, colazione veloce e via verso l'ufficio.
Quella mattina uscii di casa in ritardo e il caso volle che, perdendo l'autobus che partiva dalla via dietro casa mia, dovetti farmela a piedi fino alla fermata dopo che era a circa seicento metri dalla mia abitazione.
Per fare prima, percorsi la strada che portava alla chiesa ed è lì che cominciò tutto.
Vidi un piccolo gruppo di persone ammassato all'entrata della chiesa, la maggior parte vestiti di scuro, ma tutti con addosso la stessa espressione di dolore e tristezza dipinta sul volto.
Passai proprio al di sotto delle scalinate di pietra grigia esattamente nel momento in cui dal carro funebre alcuni necrofori facevano uscire una bara bianca finemente intagliata con disegni sottili e morbidi.
Capii subito di cosa si trattava. La morte aveva preso con se un'anima troppo giovane.
Rimasi colpito da quella triste visione, mi sarei fermato per omaggiare il giovane defunto, ma era già troppo tardi ed era meglio non soffermarsi troppo.
Nemmeno il tempo di riprendere la strada che un signore magro e alto mi fermò.
“Mi scusi.”disse con voce rauca e cupa.
Io, essendo di fretta, risposi prontamente ma in maniera educata: “Guardi, sono in ritardo per andare a lavoro. Ancora un po' e perdo il prossimo autobus.”
Lo sconosciuto accennò un sorriso non molto rassicurante mentre sfregava le lunghe mani ossute come di solito fanno le mosche.
“Oh, ma non si preoccupi. Vorrei solo rivelarle una cosa, un segreto, visto che mi sembri un ragazzo sveglio e di buon cuore.”
Gli occhi grigi di quell'uomo sembravano spenti, freddi, come un cupo pomeriggio di Novembre ma avevano un qualcosa che mi attrasse e che mi diede l'impulso di avvicinarmi e ascoltare.
L'uomo mi cinse una spalla con un braccio facendomi portare l'attenzione verso l'entrata della chiesa.
“Guarda.” Esclamò puntando il dito affusolato e tremante verso la piccola cassa bianca. “Il segreto è dentro quella bara.”
Io non capii. Cosa poteva esserci dentro una bara se non un cadavere? Quest'uomo, evidentemente, non era in se.
“Io...io non capisco. Mi scusi ma dovrei...” Feci per andarmene ma l'uomo mi strattonò e guardandomi negli occhi disse solo una frase: “Quella è l'ennesima bara vuota, ragazzo. Diciamo una copia di quella vera.”
Per un attimo rimasi immobile e confuso.
L'uomo con gesti nervosi e la mano tremante tirò fuori dalla tasca della giacca un foglietto di carta sgualcito.
“Tieni...non mi rimane molto tempo. Qui scoprirai qualcosa di più. Se vorrai.” Pronunciò quella frase languidamente; sentii correre i brividi su per la schiena come tanti piccoli insetti vivaci.
Mi voltai e me ne andai; questa situazione mi infastidì nel profondo e mentre tornai sulla mia strada a passo svelto, ebbi la sensazione che quell'uomo stesse continuando a fissarmi.
Mi voltai nuovamente, ma vidi che si era unito alle altre persone, scomparendo insieme alla bara, dentro il freddo buio della chiesa.
La giornata in ufficio passò con l'immagine nella testa di quella piccola cassa immacolata e di quell'uomo triste e grigio. Pensare alla sua faccia e al suo comportamento mi fece rabbrividire.
Avevo bisogno di una pausa. Staccai pochi minuti dalla scrivania per andare fuori e fumarmi una sigaretta.
Ripensai a quella frase: “L'ennesima bara vuota.” Sul serio? Si poteva credere ad una cosa più stupida, insensata e soprattutto irrispettosa verso il defunto?
“Dannato vecchio. Era proprio fuori di testa.” Dissi tra me mentre gettavo via il mozzicone ancora fumante.
Nonostante questo pensiero, decisi di prendere quel foglietto di carta e di dargli un'occhiata; la corsa verso l'autobus e l'ansia di arrivare tardi a lavoro mi avevano fatto dimenticare di quel pezzetto di carta.
Era un lembo di foglio a quadretti sgualcito e piegato in due. Lo aprii: “Strada per la Collina 76/A”.
Sul pezzo di carta non vi era scritto nient'altro.
Una volta tornato alla scrivania cercai quell'indirizzo sul motore di ricerca e notai che, prendendo l'autobus, era a poche fermate da casa mia. Una strada che portava verso la campagna, una zona che vista dalle mappe sullo schermo portava in un campo e in corrispondenza di quel numero civico vi era soltanto una vecchia cascina.
La curiosità mi spinse a cercare qualche notizia o magari leggenda metropolitana su queste bare vuote. Non trovai nulla se non qualche rimando alla “tafofobia” e alla fine pensai che quel vecchio, visto il suo comportamento instabile, probabilmente ne era affetto.
“Basta così...” Chiusi il browser e tornai a lavorare.
Uscito dall'ufficio andai alla fermata dell'autobus, questa volta in orario per fortuna.
Tra un dondolio e l'altro del mezzo e il brusio delle chiacchiere mi addormentai sul sedile.
Mi risvegliai soltanto quando sentii la parola “capolinea”, probabilmente pronunciata dal conducente che mi guardava spazientito dallo specchio retrovisore.
Scesi di corsa dal mezzo ma appena passai i gradini mi accorsi che ero arrivato nel mezzo della strada che portava nelle campagne.
Imprecai. Guardandomi intorno i miei occhi si posarono sul cartello che indicava il nome di quella strada: “Strada per la Collina”.
“Da non crederci...nemmeno a farlo apposta!”
Pensai ad uno stupido scherzo del destino, ma in quel momento mi balenò un pensiero nella testa: perché non andare a vedere cosa c'era davvero dietro a questa storia?
Poco più avanti in quella strada scorsi una vecchia cascina che si affacciava imponente su un enorme campo. Decisi di incamminarmi in quella direzione.
Dopo pochi minuti mi trovai davanti al muro di quel grosso cascinale e decisi di seguirlo fino a che non arrivai davanti ad un cancello in ferro battuto che aveva visto tempi migliori. L'erba si era avvinghiata al metallo come un serpente intorno alla preda e il catenaccio che avrebbe dovuto tenere chiuse quelle inferriate era stato tranciato di netto.
Notai che oltre il cancello la natura aveva fatto i suoi comodi e si era ripresa quella terra che una volta le apparteneva. Pezzi di ferro arrugginiti giacevano a terra e ai lati di quello che un tempo poteva essere una strada di terra battuta, c'erano cadaveri di trattori, carriole e qualche altro mezzo intenti ad osservare silenziosi il decadimento di quel luogo.
Poco lontano sentii un canto che in realtà era più un lamento, una sorta di preghiera stonata recitata da più persone. Mi avvicinai piano piano e arrivato al cortile della vecchia cascina mi nascosi dietro quello che rimaneva di un muro di mattoni.
Vidi un piccolo gruppo di uomini e donne vestiti di scuro; tutti avevano un'aria strana, assorta in quella lugubre nenia. Disposti in semicerchio, ad un certo punto guardarono alla loro destra e in quel momento, quello che apparve mi riportò alle parole del vecchio di poche ore prima.
Da una delle porte uscirono due uomini che trainavano un carrello. Sopra al carrello vidi una piccola bara bianca e guardandola bene, vidi che era la stessa bara che entrò in chiesa poche ore prima.
La bara fu posizionata in verticale in mezzo a quel semicerchio di persone per poi essere privata del coperchio. Dinnanzi a tutti, come una macabra scatola a sorpresa, apparve una piccola sposa dormiente. Il tessuto viola della bara faceva risaltare la pelle bianca e perfetta, insieme ai lunghi capelli biondi e al candido vestitino da sposa finemente ricamato. Il piccolo cadavere posizionato a mani giunte e con gli occhi chiusi sembrava recitare un'eterna preghiera silenziosa.
Fui così preso da quella oscura funzione che sentii troppo tardi i passi dietro alle mie spalle.
“Ah, giovanotto. Sono felice che tu sia qui.”
Il vecchio che incontrai quella mattina, era lì.
Non fui in grado di dire niente.
“Non avere paura e unisciti a noi in preghiera. Sarai nostro ospite e quando sarà il momento, saprai cosa fare.” Lo disse con un tono basso e solenne, dipingendo sul suo volto rugoso un blando sorriso palesemente forzato che però non nascondeva la cupa tristezza in fondo ai suoi occhi grigi.
Mentre proseguivamo verso il gruppo di persone, nessuno sembrò accorgersi di noi.
Mi posizionai davanti a quel gruppo intento a pronunciare frasi incomprensibili, dense e prive di luce.
Ero uno spettatore di una festa orribile, macabra e sono sicuro che fu quel canto oscuro a tenermi lì con loro in quella orribile funzione; non riuscivo a distogliere lo sguardo da quella piccola sposa.
Il vecchio si era affiancato al feretro per poi inginocchiarsi in attesa di qualcosa.
Dopo qualche istante dalla stanza buia dove portarono fuori la bara, uscì un uomo basso e vestito con una tunica di color vermiglio. Zoppicava e per aiutarsi nella deambulazione teneva stretto un lungo bastone di metallo liscio e nero dove sopra vi era posizionato un candelabro ormai vecchio e consumato.
L'uomo si posizionò davanti alla piccola sposa e con degli strani movimenti fluidi ed eleganti diede inizio a quella specie di cerimonia :
“Benvenuti fratelli e sorelle. Oggi è un giorno glorioso per noi. Finalmente un'anima pura è giunta qui per offrirci il suo aiuto, ma soprattutto per sostituire ciò che ormai da tempo non ci dona più frutti.”
Dicendo questo, quella sorta di prete invitò tutti a seguirlo sul retro del casolare.
Il luogo dove si riprese la funzione era stato pulito dalle erbacce e il terreno era stato battuto perfettamente, ma fu proprio quel posto l'orrore più grande che agli occhi di chi, come me, non apparteneva a quello strano e depravato mondo scuoteva l'anima, e per anni, o forse per sempre, il mio povero Io ne avrebbe patito le conseguenze.
L'agghiacciante funzione riprese, ma furono poche e contorte frasi che ora nemmeno ricordo.
Ricordo che dietro l'uomo con la tunica vidi una sorta di buco quadrato, una pozza soffocata da una nebbia fitta e densa. Il gruppo di persone si mise attorno alla vasca ricominciando a cantare poi presero la piccola bara e dolcemente la calarono con una corda.
La nebbia si agitò creando vortici e forme che uscivano fino alla superficie dando l'idea che ci fossero artigli e serpenti che si contorcevano, pronti ad inghiottire la piccola preda inerme.
Pochi istanti e la bara sparì tra il vorticare della nebbia. Io non riuscivo a muovermi, ero bloccato dalla paura e dall'orrore. Sentii come un sussurro provenire da quella buca, parole che non compresi ma che mi solleticarono la mente svegliandomi da quella macabra nenia che si propagava nell'aria. Il vecchio mi sorrise e questa volta sembrava sincero. Subito non capii, ma poi tutto mi fu chiaro quando, impossibilitato a muoversi per via di quel dannato canto, alzò soltanto il suo indice ossuto indicandomi la pozza.
La nebbia materializzò due mani giunte in preghiera, una sorta di “amen” che scandiva la fine della cerimonia.
Quel falso prete pronunciò un'ultima frase: “Ora che la purezza dell'innocente gioventù si unirà alla nostra vuota umanità, tutto ci sarà concesso come negli anni passati. I nostri peccati saranno risanati e potremo vivere altri cento anni in pace ed armonia.”
Sentito questo, capii cosa intendeva il vecchio ormai consumato da quella sorta di maledizione. Voleva farla finita e terminare tutto questo delirio.
Corsi verso di lui e senza pensarci lo buttai nella vasca un attimo prima che le mani di nebbia cominciassero a dissolversi.
Mentre il velo grigio lo inghiottiva mi arrivò come un sussurro il suo “grazie ragazzo”, poi tutto quanto sparì. La nebbia si dissolse e tutte quelle persone ancora immobili si tramutarono in cenere fredda spazzata via da una folata di vento che preannunciava l'autunno.
Ora in fondo alla buca rimane soltanto la bara bianca con la bambina vestita da sposa; un cadavere che nessuno ha mai reclamato.
Chi si avventura in quel posto pare che non ritorni più. Le storie parlano di una densa nebbia che trascina in una voragine e lì, in fondo a quel buio, non si ha scampo. Laggiù si può vedere chiaramente solo la bambina che lentamente si avvicina con le sue mani giunte e gli occhi chiusi. Si dice che solo nel momento in cui è abbastanza vicina al viso del malcapitato apre gli occhi in uno sguardo vacuo, pieno di dolore per poi spalancare la bocca in un gelido grido che lacera l'anima.
Penso alla fortuna che ho avuto di scampare da tutto quell'orrore, ma la mia anima rimane comunque scossa. Non sarò in fondo ad una buca ma rimango comunque chiuso in un infernale eternità dalle pareti imbottite, impossibilitato ad uscire e dove l'unica mia finestra sul mondo e un piccolo oblò su una porta chiusa che si affaccia in un corridoio freddo e saturo di pazzia.
Ormai penso che condurre l'esistenza in questa gabbia o in quella dannata buca non farebbe nessuna differenza. In tutti e due i casi resto senza via di scampo e con l'anima lacerata.

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