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Halloween, di nuovo

15 giorni a capodanno.

“Possibile che non ci sia nessuno per il cenone? Manco una pizza?”

Kevin, 21 anni, si sentiva veramente sfigato. Quest'anno erano già tutti impegnati, o forse semplicemente cercavano di evitarlo.

Tanto era inutile stare lì a pensarci; decise di prendere l'auto e di passare la giornata nella vecchia casa di campagna dello zio.

Lo zio di Kevin, scienziato di spicco in quella zona, era partito un paio di mesi fa per l'Antartide.

Sarebbe rimasto via per almeno tre o quattro mesi, cosa che per Kevin andava a meraviglia. La vecchia villa era tutta per lui. In mezzo alla campagna nessuno rompeva le scatole, doveva solo mettere in ordine e pulire ogni tanto, in modo da far trovare la casa in perfetto stato al ritorno dello zio.

Oggi toccava al garage. La stanza era parecchio incasinata, ma era da fare. Poche storie.

Kevin scese le scale che portavano di sotto e, tra nuvole di polvere e ragni degni del nome di Aragog, in un'ora riordinò tutto.

Tornato di sopra, sedette sul comodo divano accanto al camino.

Con il freddo che soffiava fuori era un vero piacere rimanere accoccolati tra i cuscini imbottiti e il calore del fuoco.

Una buona tazza di tè, un bel libro e un po' di musica rilassante però, non scansarono la noia di Kevin.

“Certo che qui non c'è molto da fare. È come essere fuori dal mondo in queste campagne.”

Disse guardando fuori dalla grande finestra del salotto, osservando le cornacchie che beccavano e zampettavano per il campo a fianco.

Kevin ripensò alle parole dei suoi amici che l'ultimo dell'anno “avevano da fare” e non trovavano il tempo per lui. Un lieve getto di rabbia gli salì dallo stomaco. Sospirò. In fondo andava bene lo stesso. Era pur sempre un giorno come tutti gli altri e poi mancava poco a Natale, il che era positivo.

Poi la noia lo riagguantò e gli portò nella mente un pensiero, una frase di suo zio: “Puoi fare quello che vuoi mentre sono via, ma metti sempre tutto in ordine e soprattutto...non aprire MAI, per NESSUN motivo, la porta del mio laboratorio.”

Kevin sogghignò. Un sorrisetto che aveva sempre avuto fin da bambino e significava “combinerò qualcosa”.

Scese fino al garage e si piazzò davanti alla porta sotto alle scale.

Un cartello giallo con scritte nere avvertiva semplicemente: “non entrare”.

A Kevin non era mai fregato nulla delle ricerche di suo zio.

Primo, perché proprio suo zio non ne parlava mai, e poi perché lo trovava un tipo abbastanza nella norma, immaginando che le sue ricerche fossero per lo più su sassi, minerali o altre stupidaggini geologiche.

Solo al pensiero gli partiva una salva di sbadigli.

Ma in quel momento tutto era diverso. Forse la noia, forse quel poco di rabbia e fastidio che gli dava quel pizzico di ribellione da teenager, non sapeva dirlo con esattezza, ma si trovava lì, davanti a quella porta e la sua mano era già sulla maniglia. Chiusa.

“Cazzo...la chiave...”

Pensò a dove fosse la chiave. Qualcosa nella testa lo guidò in camera da letto.

Tra un cassetto e l'altro, tra un paio di mutande e qualche calzino spaiato, ecco la chiave.

L'alzò tra le dita, come fosse un tesoro che bramava da tempo. Il sole colpì il sottile oggetto metallico seghettato rendendolo splendente come un prezioso gioiello.

Kevin schizzò verso la porta nel sottoscala, inserì la chiave e...“clack!”

Quel rumore echeggiò per tutto il garage. Il ragazzo girò la maniglia e la porta si aprì.

Appena entrato, fu colpito dall'ordine surreale che regnava in quella stanza. Tutto era al suo posto in maniera maniacale, c'era giusto un po' di polvere qua e là.

Avanzò verso il fondo della stanza attirato da una capsula grigia posizionata in verticale, una sorta di box doccia che emanava un leggero ronzio elettrico.

“Curiosa. Chissà che diavoleria è...” esclamò cercando di capire l'utilità di quell'affare.

Un pulsante rosso e rotondo incastonato in una placca di metallo gli dava il benvenuto: “apri”

Kevin avvicinò l'indice lentamente fino a che non andò a premere il bottone.

Con un leggero sibilo metallico si aprì la porta a serranda, rivelando l'interno di quella capsula.

Kevin fece un passo ed entrò. Sulla parete davanti a lui c'era un'atra placca metallica con un piccolo schermo e alcuni bottoni. Uno su tutti stava lampeggiando di verde.

Il ragazzo non premette nulla, si guardò intorno in quel piccolo spazio freddo e notò un libretto giallo che penzolava dalla parete, appeso ad un filo di lana spesso e di colore rosso.

Sfogliandolo, Kevin vide che erano le istruzioni per far funzionare quel macchinario: una macchina del tempo.

“Figurati. Come può aver costruito una cosa del genere.”

Era scettico, ma non completamente da rimanere indifferente alla cosa.

Senza pensarci troppo e guidato dal manuale, pigiò sul tasto “Start”.

La porta si chiuse rendendo l'ambiente buio e claustrofobico per un paio di secondi fino a che dei faretti non illuminarono l'interno della capsula.

Kevin premette i tasti nella sequenza indicata. Mancava solo da impostare la data sul piccolo schermo verde.

“Vediamo un po'...che data potrei mettere?”

Ci pensò su fino a che non gli venne in mente la festa dello scorso Halloween. Si era divertito parecchio avvolto dalla gioia e dalla buona compagnia di amici e conoscenti.

“Ok, proviamo così.”

Con la data impostata e premendo nuovamente “Start”, il ronzio divenne molto più intenso, tanto da trapanargli il cervello. Poi d'un tratto tutto si zittì.

Sullo schermo apparve la scritta “Viaggio Completato”.

Kevin era rimasto un po' frastornato da quel viaggio temporale, ma ancora non ci credeva.

Aprì la porta e si trovò nello stesso posto di prima, nel buio laboratorio della vecchia villa.

“E quindi?” Kevin rimase perplesso.

Uscì dalla stanza e salì le scale. Per prima cosa accese la TV e con suo stupore, le previsioni meteo davano la data che aveva impostato nella capsula: 31 Ottobre 1997.

Non poteva crederci. Pensò a quante cose avrebbe potuto fare con quel marchingegno. Tornare ancora più indietro nel tempo o magari andare nel futuro. Ma ora voleva solo passarsi nuovamente quella bella serata di Halloween; meglio non strafare.

Chiamò un taxi e andò in città. La festa sarebbe iniziata di lì a poche ore.

La sera giunse in fretta e una volta comprato un costume e arrivato alla festa poté rivivere quella gran serata, ma per prevenire guai o chissà quali paradossi temporali come aveva imparato da Ritorno al Futuro, decise di indossare un costume diverso e per quanto riguardava l'identità, a nessuno sarebbe fregato nulla in mezzo a tutte quelle persone.

Ma in mezzo a tutto quel divertimento qualcosa non andò nel modo giusto.

Ad un certo punto, un ragazzo in costume si accasciò a terra come una marionetta a cui avevano tagliato i fili durante lo spettacolo per poi restare immobile sul pavimento.

In molti andarono a soccorrere il ragazzo che ormai era senza vita.

Kevin era spaventato tanto quanto gli altri ed era in confusione soprattutto perché quel fatto non era mai accaduto durante quel party. Provò a sforzarsi ma non ricordava quella scena, ne era certo: non era mai successo.

Preoccupato e con il cuore che batteva a mille si avvicinò anche lui al ragazzo a terra. Solo una volta tolta la maschera si accorse dell'orribile incubo che stava vivendo. Non ci poteva credere, quel ragazzo era lui.

In quel preciso momento, Kevin si sentì soffocare, non sapeva che cosa fare. Si inginocchiò davanti al suo corpo privo di vita perché ancora non voleva crederci. Una ragazza vicino a lui sfiorò il cadavere e lì cominciò il vero incubo.

Il Kevin privo di vita cominciò a tremare per poi rivoltarsi come un calzino. Ne emerse un ammasso di carne, sangue e organi. Un abominio, un blob affamato di altra carne.

Dentro la stanza scoppiò il panico mentre quell'orrendo mostro assorbiva altre persone con le sue escrescenze viscide e deformi diventando sempre più grande.

Kevin, quello del futuro, riuscì a scappare facendosi strada tra le urla e gli schizzi di sangue.

Corse come un matto fino alle campagne e da lì, senza mai voltarsi indietro, riuscì ad arrivare alla vecchia villa dello zio.

Entrò sbattendo la porta, corse giù per le scale fino al laboratorio.

Arrivato davanti alla macchina del tempo pigiò sul tasto per aprirla ed entrò chiudendosi immediatamente dentro.

Impostò la data per tornare indietro nel futuro, nel suo tempo: 16 Dicembre 1997.

In pochi secondi, e con un tremendo ronzio, Kevin tornò nel suo presente.

Uscì dal laboratorio e vide che la casa era come l'aveva lasciata, tutto in ordine, tutto perfetto.

Fece un sospiro di sollievo.

Si accasciò sul divano e accese la TV del salotto: tutti i canali erano vuoti ed manavano soltanto un leggero ronzio.

Kevin si sentì morire. Si alzò dal divano, andò verso la porta, girò il pomello e quando il giardino gli si parò davanti agli occhi si inginocchiò, dentro di lui rimase soltanto il vuoto. Non riusciva nemmeno più a pensare, a ragionare per via del terrore che lo aveva avvolto in un soffocante e gelido abbraccio.

Quel giardino, così bello e curato, ormai era sommerso da una marea densa di carne, sangue e organi senza forma. Dalla sala giunse un fruscio seguito da una voce.

Un canale della TV era riuscito a trasmettere qualcosa. Kevin si voltò. Un'emittente russa stava mandando in onda alcune immagini da un elicottero. Non si sentiva granché, ma quelle immagini non avevano bisogno di alcun suono, parlavano chiaro.

Quell'ammasso di organi e carne era arrivato anche lì, a migliaia di chilometri di distanza e avanzava senza sosta, con una fame insaziabile.

In quel momento, Kevin ritornò ad essere più lucido. Non aveva più dubbi, nessuna certezza, nessuna speranza. Si voltò e camminò lentamente verso quello che una volta era il giardino; si inginocchiò sopra quell'ammasso viscido e maleodorante, aprì le braccia alzando la testa verso il cielo senza dire nulla e si lasciò assorbire dall'orrore. La paura e il freddo se ne erano andati e prima di annegare completamente, sentì come un caldo abbraccio amichevole. Erano tutti lì ed erano pronti ad abbracciarlo. Kevin, nell'ultimo barlume di umanità porse il suo saluto e senza combattere diventò uno di loro. Ma tra tutti gli esseri presenti, ne sentiva uno più di tutti: “Kevin, il mio Io.”

 

 


 

 

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