Estate 1998.
Una lettera sotto la porta attendeva il rientro a casa di William.
“Caro nipote, vorrei vederti al più presto, ho grosse novità da condividere con te.
Ti vorrei ospitare nel mio resort, in quel bel paradiso tropicale che tu ami tanto.
Saluti e un abbraccio,
Zio Samuel.”
William non ci mise molto a preparare i bagagli e il giorno seguente partì per quel paradiso tropicale da sogno. I piani per le vacanze si erano totalmente capovolti. Da “Me ne starò tutto il giorno tra divano e giardino” si era giunti a una vacanza ai tropici con tutte le spese pagate, volo compreso.
L'aeroporto dell'isola non era molto affollato e William impiegò poco tempo ad uscire e salire su un taxi verde e giallo anni '60 in direzione “Resort Esmeraldo”.
Guardando fuori dal finestrino, tutto sembrava incredibile, un sogno meraviglioso. La spiaggia bianca al di là dei viali adornati da palme e fiori colorati luccicava nel sole splendente, come il mare azzurro che pareva impreziosito da gemme scintillanti.
Il tassista osservò William dallo specchietto retrovisore; lo vide assorto in quel paradiso tropicale e sorrise: “Qué sueño, eh amigo?”
Il ragazzo tornò sulla terra: “Può dirlo forte, meglio della Florida.”
“Americano?” Chiese il tassista. William annuì: “Di New Orleans.”
Dopo una ventina di minuti, il taxi giunse al resort dello zio Samuel.
Un grosso cancello spalancato verso una sorta di Eden dava il benvenuto al “Resort Esmeraldo”.
L'atmosfera era da favola. La musica nell'aria veniva trasportata insieme al profumo inebriante dei fiori, le palme offrivano ampi spazi d'ombra dove rilassarsi tra chioschi tipici del posto e amache colorate; tavoli e sdraio erano sparsi qua e là. In lontananza, alcuni fenicotteri rosa sembravano anche loro godersi la pace del luogo proprio come i turisti.
Il lungo e ampio viale portava proprio all'entrata dell'albergo e lì, probabilmente, avrebbe trovato zio Samuel.
La ragazza della reception aveva i lineamenti e la carnagione tipica del luogo, era giovane e bella.
“Posso esserle utile?” Disse alzando lo sguardo da un piccolo schermo.
“Si, sto cercando Samuel, mio zio. Mi sta aspettando.”
La ragazza sorrise: “Ah, tu devi essere William, allora. Prego, accomodati su uno dei divani; tra qualche istante ti accompagneranno alla stanza.”
Dopo qualche minuto arrivò un uomo sulla cinquantina, basso e tozzo con indosso una polo verde con il marchio dell'hotel.
Prese i bagagli e lo accompagnò al terzo piano.
“Stanza 312. Eccoci arrivati.” L'uomo dalla voce grattata forse da qualche sigaretta di troppo, accompagnò William dentro la stanza posando con cura le valigie.
“Scusi...” Chiese il ragazzo. “Dove posso trovare Samuel?”
L'uomo, che stava ormai per uscire dalla porta, si voltò serio e disse: “Per ora non è disponibile. Forse potrà incontrarlo questa sera o domani in mattinata.”
Dicendo questo, l'uomo uscì dalla stanza allontanandosi per il corridoio.
William rimase un po' stranito da quella risposta, ma pensava che forse lo zio fosse molto impegnato in quel momento.
“Ma si. Tanto appena saprà che sono arrivato qui vorrà di sicuro incontrarmi per farsi una chiacchierata.”
Nell'attesa, il ragazzo decise di rilassarsi facendo un giro per i negozi e godersi gli altri svaghi che offriva il resort. All'ora di cena, di zio Samuel nemmeno l'ombra.
Stava per salire in camera sua quando si sentì chiamare da una voce roca.
Il fattorino era appena oltre il corridoio che portava alle stanze.
“Señor William, Samuel vorrebbe vederla domani mattina a colazione, intorno alle 9.00.”
Senza nemmeno sentire una risposta, l' uomo girò i tacchi e se ne andò.
William cominciava ad odiare quell'arrogante ometto.
La mattina seguente, Samuel attendeva suo nipote all'ora stabilita ad un tavolo della grande sala luminosa. William non si fece attendere.
Il sorriso di Samuel era caldo e brillante come al solito.
“Buongiorno William. Che bello averti qui nel mio paradiso.” Lo disse con tono felice e quella semplice frase scaldò il cuore del ragazzo.
William prese posto al tavolo. La sala cominciava a prendere vita con le chiacchiere rilassate di chi si stava godendo una piacevole vacanza.
Il ragazzo osservò bene suo zio, aveva qualcosa di strano, non chissà cosa, ma rispetto al solito era semplicemente diverso. Nonostante la sua solita vivacità, i suoi occhi erano stanchi. Probabilmente per via della giornata di ieri in cui non si era fatto nemmeno vedere.
“Come stai zio? Come procede la vita su questa meravigliosa isola?”
“Non c'è male Will.” Fece una pausa e si avvicinò al volto del giovane.
“Sai. Ho una cosa da mostrarti.” Disse a bassa voce, guardandosi intorno con sguardo attento e schivo. “Dopo colazione troviamoci sul retro del resort. Lì mi seguirai.”
William osservò lo zio con sguardo interrogativo massaggiandosi il mento.
“Scusa zio, ma detta così suona un po' folle.” Esclamò scherzando.
Samuel spalancò gli occhi e la sua espressione divenne seria e rigida. Inclinò la testa, quasi come se non avesse capito quella frase, ma subito dopo tornò a rilassarsi e sorrise.
“Hai ragione ragazzo. Detta così suona un po' da pervertito.” Scoppiò a ridere, poi si ricompose appoggiando i gomiti sul tavolo e avvicinandosi di nuovo a suo nipote. “Un paio di mesi fa ho scoperto un posto meraviglioso oltre le grotte termali. Vorrei mostrartelo per spiegarti cosa ho in mente di fare.”
Inutile dire che William accettò volentieri e dopo la colazione, circa una mezz'ora più tardi, si trovarono tutti e due sul retro del resort.
“Seguimi, caro nipote. Non te ne pentirai.”
Samuel cominciò a camminare e William lo seguì pieno di curiosità.
Passarono attraverso le strade di terra battuta che costeggiavano una piccola macchia di verde ricca di fiori profumati e palme rigogliose.
Il paesaggio più si andava avanti e più si arricchiva di rocce bianche e levigate. Erano così ben lavorate da madre natura che parevano forme geometriche quasi perfette, alcune scolpite con angoli smussati, altre più taglienti e con angoli più acuti.
William rimase sorpreso se non leggermente infastidito da quel paesaggio così diverso rispetto agli anni passati.
Ricordava le tante rocce, gli scogli, ma nulla era così perfettamente scolpito e levigato.
Incuriosito dal fatto si avvicinò a Samuel.
“Zio...come mai avete scolpito così queste rocce? Erano così belle al naturale.”
Samuel rise. Una risata secca e boriosa che come quelle rocce rompeva l'armonia naturale e selvaggia del luogo.
“Ah, ragazzo mio! Queste rocce le ha scolpite così la forza della natura. Ed è stato un bene sai? Ora le grotte termali poco più avanti sono sempre piene di turisti.”
Si voltò guardando William con la sua solita espressione solenne di quando aveva ragione o, in questo caso, aveva raggiunto ciò che voleva. Ma quel viso faceva scorgere sfumature diverse: pazzia o forse era solo una malattia che verso l'anzianità stava colpendo la mente dello zio?
William non poteva saperlo ma il dubbio si annidò in lui. Quella vacanza non lo stava rilassando e ben lontano dal metterlo a proprio agio.
“Ed eccoci alle grotte termali “Esmeraldo”!”
William vide che le grotte pullulavano di persone intente a rilassarsi in quelle pozze di acqua limpida.
“Visto Will? Con tutti questi clienti posso ampliare il mio resort il prossimo anno.”
William era felice di questo. Lo zio aveva sempre lavorato sodo.
“Era questo che mi volevi mostrare zio?”
Da Samuel scaturì una leggera risata.
“Anche, ma quello che devi vedere è oltre queste grotte.”
Poco più avanti, Samuel si era fermato davanti ad una parete rocciosa.
“Eccoci qui, ragazzo.”
William non vedeva nulla di insolito, soltanto un muro di roccia.
Samuel si guardò indietro come per controllare se qualcuno li avesse seguiti. Successivamente si appoggiò con la schiena alla parete e la roccia cominciò ad assorbirlo come fosse entrato in un liquido vischioso.
William non fece nemmeno in tempo a capire cosa stesse accadendo che suo zio, veloce come un lampo, gli prese la mano e lo portò con lui.
Passarono secondi in cui Will vide solo roccia buia, poi come se niente fosse si ritrovarono nel mezzo di un anfiteatro naturale composto da rocce bianchissime; sopra di loro, soltanto il cielo azzurro.
Frastornato, William vide suo zio andare a passo sicuro verso la parete rocciosa più in fondo. Là al centro delle candide rocce levigate, c'era una sfera nera perfettamente liscia conficcata al centro della parete.
Samuel la sfiorò e in pochi attimi tutto divenne buio, molto più buio.
L'oscurità fredda e opprimente abbracciò il cielo e la terra. Le rocce, che pochi attimi prima erano candide e pure, ora si coloravano di un nero lucido e profondo.
William non capiva se quella fosse davvero la realtà o forse soltanto un incubo.
Zio Samuel si voltò con un sorriso largo e innaturale, gli occhi immobili e vuoti fissavano il nipote, la bocca ridotta ad un largo taglio orizzontale che aveva ben poco di umano.
“Visto caro nipote?” Samuel sembrava danzare in maniera contorta mentre con le braccia indicava il cielo buio e il triste panorama roccioso attorno a loro.
“Tutto ha un prezzo. Specialmente se brami il successo.”
William ansimava dalla paura, il sudore freddo lo faceva tremare. Senza pensarci si voltò e corse verso la parete da cui erano entrati.
“NO!” Urlò lo zio mentre correva verso di lui come una bestia assetata di sangue.
Ormai il ragazzo era a pochi centimetri dalla parete, la toccò con il palmo della mano destra, ma era soltanto un muro di roccia nera e fredda. Ormai in preda al panico tastava la parete in tutte le direzioni ma di quel passaggio nemmeno l'ombra.
Fu grazie a Samuel che riuscì a scappare. Nella foga di quell'animo bestiale, l'uomo afferrò il braccio del ragazzo. William si buttò direttamente contro la parete che inghiottì tutti e due nel suo liquido vischioso.
Quando il ragazzo uscì dall'altra parte, vide lo zio a terra con una vistosa ferita alla testa ma non si fermò a controllare il suo stato di salute, semplicemente corse per le grotte termali senza nemmeno voltarsi un attimo.
Uscito da quelle gallerie, ansimante, si fermò un momento, riprese respiro e si guardò intorno.
Tutto era mutato, avvolto da un manto di oscurità.
Le rocce nere torreggiavano su un mare scuro e denso come pece, un abisso infinito di vuoto.
Il cielo buio dava spazio ad un sole vuoto, una sorta di buco nero che sembrava in attesa di compiere la sua distruzione.
William non sapeva dove andare. Guardò le grotte dietro di lui che ora erano troppo buie. Erano così scure che l'interno sembrava galleggiare in un cielo nero e senza fine.
Decise di tornare al resort, forse lì avrebbe trovato un modo per tornare indietro.
Dopo pochi minuti arrivò all'hotel ed entrò dalla porta sul retro.
Ad aspettarlo c'era proprio zio Samuel che appena lo vide sfodeò nuovamente quell'orribile sorriso.
“Dove credi di scappare Will?” Disse con un tono da ramanzina.
“Non c'è più posto dove andare, tutto è avvolto nell'oscurità.”
William non voleva dargli retta. Corse verso l'entrata principale, spalancò la grande porta a vetri e in un attimo entrò un vento freddo e tetro che con forza lo respinse nella hall buttandolo a terra.
“Cazzo!” imprecò Will battendo i pugni a terra ormai disperato.
Samuel rideva come un matto.
“Te l'ho detto Will. Ormai dovrai restare qui con me. Sarai l'erede di questo magnifico paradiso tropicale. Non ti va?” Domandò inclinando la testa, cercando di dare un'espressione umana a quel volto ormai dilaniato dalla pazzia.
Il ragazzo si voltò di scatto. “Come sarebbe a dire erede?”
“Vedi, caro nipote.” Samuel prese eleganetmente posto su una delle poltrone dell'hotel. “Questo resort è finto. Quello che vedi ora è la realtà.”
William non poteva credere a quelle parole.
“Credimi Will, non hai altro da fare. Io qui ho finito. Guardami...mi sto consumando.”
Samuel si alzò in piedi bacollando, si diresse verso il ragazzo seduto a terra e lo scavalcò. Aprì le porte dell'hotel e senza dire una parola in più si diresse verso il grande viale che nella realtà di William era pieno di alberi, fiori profumati e musica del luogo. Ora non vi era nessun odore, nessun suono e gli alberi erano sostituiti da monoliti neri.
Samuel proseguì sul lungo viale dove in fondo, un gruppo di fenicotteri corvini lo avvolsero in una macabra danza di piume facendolo scomparire per sempre.
Le porte dell'hotel si richiusero e il vento cessò. Il sole vuoto nel cielo si rimpicciolì sempre di più fino a diventare un minuscolo puntino, come un pixel bruciato in mezzo allo schermo.
“Señor William.”
Il ragazzo udì una voce grattata da qualche sigaretta di troppo, o almeno così pareva a lui.
Il piccolo e tozzo uomo che lo aveva accompagnato alla sua stanza era lì.
“S-Salve...” Salutò confuso e spaventato.
“Venga con me. Le spiegherò il da farsi.”
William scosse la testa. “Io non posso, devo tornare a casa. Vorrei che mi chiamasse un taxi per l'aeroporto.”
L'uomo si voltò e guardò il giovane con arroganza.
“Qui non ci sono taxi o aerei.” Rispose con calma. “Questa ormai è casa sua Padrone, è il sovrano di quest'isola. Non c'è modo di andare via da questo luogo.”
Il parlare di quel viscido uomo era quasi ipnotico. Si fermò un istante, si voltò verso il ragazzo e sorrise. “Verrà il momento di andarsene e sarà solo in un modo.”
Non serviva altro, William lo sapeva già: “Sacrificio...”
Le note allegre di un ukulele strimpellavano nell'aria di quel luogo oscuro. William pensò a quanto fosse grottesco quel mix di musica allegra e la cupa tristezza di quel panorama vuoto.
D'un tratto qualcosa colpì l'anima del ragazzo.
William sorrise in maniera distorta: “Il mio regno.”

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