Ciò che l'esploratore spaziale vide davanti a se pochi istanti prima che la navicella Highlight venisse bruciata dal sole, fu un raggio di luce e fuoco, una sorta di frusta incandescente che avvinghiò l'astronave per poi portarla a se ed inghiottirla con la semplicità di un tizio che inghiotte una Zigulì.
Pancrazio rimase fermo davanti all'enorme palla di fuoco. Non aveva modo di tornare indietro, i propulsori della tuta spaziale erano scarichi e quel minuscolo foro sulla sua tuta cromata stava facendo entrare un calore devastante. Ormai era finita, ma fu in quel momento che l'astronauta sentì una voce cupa e violenta. Una sorta di lamento carico d'odio che si insinuò nella sua testa.
“Piccoli umani, mi fate divertire. Erano secoli che non vedevo un essere così insignificante dinnanzi a me. Non pensavo riusciste ad arrivare fino a qui.”
Pancrazio sentiva la testa scoppiare. Che cosa stava succedendo? Era una conseguenza del poco ossigeno rimasto? O il calore intenso gli stava friggendo la sanità mentale? No...era diverso e l'astronauta provò a fargli una domanda: “Chi sei?”
Un' orrenda risata, mai ssentita prima, echeggiò nel suo cervello.
“Non sono niente e sono tutto. Sono la cosa che inghiottirà l'universo intero. Per millenni sono rimasto dormiente sul vostro piccolo pianeta ed è proprio lì che mi sono destato dal sonno. Risvegliato in un'umida cantina di una vecchia casa per poi vincolarmi con alcuni umani che mi hanno aiutato a recuperare le forze. Ora sono qui; quale posto migliore se non il sole per fagocitare tutto quanto?”
L'eroe dello spazio non poteva credere ad una cosa così, ma sentiva e vedeva quei tentacoli di fuoco che strisciavano nel vuoto cosmico verso di lui, ormai molto vicini.
Si rassegnò, tutto era perduto. Gli sembrava di essere come nell'equinozio della sua vita; chiuse gli occhi aspettando l'inverno della sua anima. Silenzio.
Poi giunse qualcosa di inaspettato. Attraverso le palpebre intravide un intenso lampo di luce.
Riaprì gli occhi; era ancora lì, era ancora vivo.
“Cosa sta succedendo?” Pensò.
La voce di prima era stata zittita e un'altra prese il suo posto.
“Salve, prode Pancrazio Brunetti.”
Quella voce era soave, argentea, cristallina...insomma tutte qualità pure e bellissime.
Pancrazio non vide nulla intorno a se,
ma sentiva pace e armonia dentro la sua anima. Un misto di pure emozioni che forse nemmeno da bambino aveva mai provato.
“Son' il sommo Pio e son venuto a salvarti. Il mostro non esiste più, non preoccuparti”
Quelle rime soavi diedero all'astronauta una sensazione unica, un sollievo, tipo pucciare i piedi nell'acqua fresca del bidè dopo una giornata estiva passata a camminare.
“Cosa sei, se posso chiedere.” Pancrazio lo domandò nella maniera più gentile possibile.
La voce gli entrò delicatamente nella testa.
“Io sono l'Idolo, l'Infinito, colui che tutto conosce a menadito. Se son qui, è solo per te, vengo in aiuto per altri, non per me.”
Pancrazio fu così preso da quelle parole che pure lui cominciò a parlare in rima...
“Oh Idolo! Allora esisti! Ti ascolto, ti prego, insisti.”
“Il tuo pianeta ha un globo gemello e sarà questo il tuo grande fardello. Ti porterò là, lesto e veloce, salvandoti da questa fine atroce.”
Pancrazio fu davvero felice di questo...e ti credo!
“Ora libererò la tua anima con tracotanza, ma il corpo dovrà rimanere qui senza speranza.”
L'astronauta non aveva molta scelta.
“Va bene, Idolo. Sono pronto!”
L'anima di Pancrazio slittò fuori dal corpo materiale e in pochi attimi tutto sfuggì ad una velocità smodata. Non vi erano più stelle né pianeti, solo linee e forme cariche di colori sgargianti.
L'anima fu trasportata attraverso l'universo fino ad un pianeta identico alla Terra.
La voce soave parlò di nuovo: “Eccoci arrivati, qui i misteri verranno svelati.”
Pancrazio non capiva. “Perché mi hai portato qui?”
L'Idolo si materializzò stile santo in luce dorata. “Sei stato scelto come salvatore di questo pianeta senza più amore.”
L'Idolo puntò il dito verso il pianeta rovinato dalle centinaia di guerre.
“Grandi battaglie qui scoppiano ogni dì. Sarai tu a fermare tutto entro Martedì!”
Pancrazio fece un rapido calcolo mentale...era Lunedì. Doveva risolvere tutto in un solo giorno.
“Ma perché dovrei, scusa?” Chiese un po' seccato l'astronauta.
L'Idolo non si aspettava questa domanda e altrettanto seccato rispose lo stesso.
“Questo mondo oramai rovinato, è la copia del tuo pianeta in cui hai abitato. Se per disgrazia verrà distrutto, anche la tua Terra verrà messa k.o. di brutto!”
Dopo queste parole Pancrazio Brunetti non ebbe più dubbi. Doveva salvare quel pianeta; doveva salvare la sua amata Terra.
“Va bene, ho capito. Salverò il pianeta che è la copia della Terra.”
“Bravo prode astronauta.”
L'idolo si mosse soavemente al di sopra del pianeta.
“Dovrai trovare un'oscura setta, comandata da un certo Giovanni, devi farlo in fretta.”
Pancrazio pensava a quel nome, ma non gli rievocò nulla alla memoria.
L'essere di luce continuò: “Devi trovarlo! Segui la pista, vai a fermare quel terrapiattista.”
Dicendo così, l'Idolo sparì con un lampo di luce e un biscotto si materializzò nelle mani eteree dell'Astronauta. Un ultimo eco pronunciò una frase: “Quando avrai finito con quel falso Dio, spezza quel Plasmon e arriverò io, pronuncerai il mio nome: Fater Pio.”
Ancora un po' incredulo ma carico come una molla, Pancrazio si diresse a velocità supersonica sulla superficie di quella Terra.
Quel mondo così familiare era ormai morente. Il cielo era rosso come il fuoco, la terra arida e gli animali erano carcasse e cumuli di ossa.
“Che tristezza” Disse Pancrazio che nel frattempo aveva ripreso la forma del suo corpo.
Doveva trovare al più presto quel dannato Giovanni.
Mentre camminava per quelle strade stile Mad Max, sentì un rombo in lontananza. Due fari vibravano debolmente in fondo alla strada e mano a mano che si avvicinavano vide che cosa stava arrivando.
Un'automobile si fermò proprio di fianco a Pancrazio. Un uomo sulla mezza età, brizzolato si affacciò al finestrino.
“Serve aiuto?” Pancrazio si avvicinò alla portiera del mezzo.
“Salve. In effetti sto cercando un certo Giovanni...pare sia un terrapiattista. Sai dove posso trovarlo?”
L'uomo aveva soltanto l'occhio sinistro, mentre quello destro era stato sostituito con una pallina di gomma rossa.
“Ah, vuoi fare sul serio, ragazzo.” L'uomo sospirò. “So dove portarti e si dia il caso che ti darò una mano. Le grandi difficoltà è meglio affrontarle insieme.”
Pancrazio aprì lo sportello ed entrò in macchina.
L'uomo brizzolato si presentò: “Piacere. Sullivan, Lonely Sullivan”
“Piacere mio. Io sono Pancrazio Brunetti”
L'auto sfrecciò sulla super strada. I
cartelli delle uscite erano svirgolati, arrugginiti o forati dai
proiettili. L'asfalto bollente era pieno di buche e crepe, peggio
delle strade di Alessandria e nell'aria si sentiva una musica hard rock che
dava quei toni aspri da figo dei film d'azione post apocalittici. Il tutto abbracciato da un cielo color Jack Daniel's.
“Adoro questa atmosfera che sa di whisky e polvere da sparo.” Sullivan si voltò verso Pancrazio. Il ragazzo era incantato, probabilmente in maniera negativa, da quel paesaggio così simile alla sua Terra; una Terra semi distrutta.
“Tu non ami queste cose, Pancrazio?”
L'astronauta distolse lo sguardo e la mente da quel paesaggio triste e disastrato.
“Sinceramente no. Preferisco il sole, un bel giardino e una bibita fresca.”
A Sullivan venne in mente casa sua e una piccola lacrima corse giù dall'occhio buono.
“Ti capisco. Pensa che da dove vengo io, i venti nucleari soffiano caldi e instancabili. Solo poche zone sono rimaste verdi. Una è casa mia...cioè non proprio casa mia...vabbè.”
L'auto imboccò un'uscita della super strada senza indicazioni.
Il paesaggio che si parò davanti ai due uomini dietro la curva fu impressionante.
Un gigantesco palazzo nero in lontananza troneggiava su una città di macerie.
Numerose fiamme illuminavano lamiere, edifici in rovina e cataste di rifiuti.
Quando l'auto entrò in quel rottame di città si accese un grosso faro rosso che partiva dall'edificio più alto e scuro. Il fascio di luce illuminò l'auto e una voce, accompagnata da una risata malsana, ordinò loro di fermarsi.
“Non fate un altro movimento! Fermate la macchina e uscite!”
I due obbedirono; la voce continuò a blaterare.
“Io sono! King Clochard! Re di questo epico cumulo di rottami! E anche rifiuti!”
Sullivan sorrise beffardo.
“Questo è fuori di testa...senti come parla? Da manicomio proprio.”
Pancrazio, con gli occhi sbarrati, si limitò soltanto ad annuire.
“Ragazzo” Disse Sullivan. “Dobbiamo riuscire a distruggere quel grosso faro. Sta ormai giungendo la notte e saremo praticamente invisibili.”
A Pancrazio venne un'idea. “Ci sono. Tu non fare niente Sullivan. Solo una cosa: chiudi gli occhi”
L'astronauta era ormai pura energia, quel corpo era solo fittizio. Cercò di pensare alla sensazione di quando poche ore prima era soltanto un'anima, senza vincoli di alcun tipo.
Chiuse gli occhi e si concentrò. Dal corpo scaturì una luce imponente, devastante e soprattutto accecante.
Sullivan chiuse gli occhi. La luce disintegrò quel dannato faro. Ora erano al buio.
Dalla sommità del grattacielo si propagò un urlo di rabbia: “Prendeteli!!!”
Gli sgherri di King Clochard, scimmie armate con pezzi di lamiera e roba simile, si sparsero per le vie della città alla ricerca dei due furfanti, ma fu tutto inutile.
Pancrazio e Sullivan erano già alla base del grosso palazzo e stavano salendo fino ai piani alti.
Nessuna guardia, nessuna trappola. Tutto troppo sicuro.
D'un tratto, nel buio, una risata riempì l'ambiente. Il vecchio pazzo che poco prima urlava dal palazzo era lì.
“Bene, bene. Immondizia! Ora verrete eliminati! Dal sottoscritto!”
Sullivan scosse la testa ridendo e sbeffeggiando il dannato King Clochard.
“Mi sa che sei tu ad essere finito, vecchio!” L'uomo si tolse la pallina di gomma dall'orbita destra lanciandola senza esitare su quel pazzo re del niente.
“A terra ragazzo!”
La pallina esplose come una granata e King Clochard venne sbalzato fuori dal palazzo, urlando come un forsennato.
I due eroi scapparono verso le stanze più alte, mentre orde di scimmie impazzite erano ormai entrate nell'edificio.
“Non così in fretta!” Esclamò una voce poco più avanti.
Pancrazio intravedeva un uomo nell'oscurità. “Sei Giovanni vero?”
L'uomo annuì: “Si, sono colui che ha formato questo mondo cercando di dare una forma piatta a questo dannato pianeta tondo. Io sono un terrapiattista e la verità devo averla a tutti i costi nel palmo della mia mano.”
“Sei solo un pazzo!” Gridò di rabbia Sullivan che intanto si era già munito di un'altra pallina di gomma da incastrarsi nell'orbita vuota.
Giovanni Livella rise, quella sorta di asta che teneva nella mano destra emanò un leggero bagliore rosso.
“Ora assaggerete la mia livella laser!”
Un raggio sottile e rosso come un laser appunto, viaggiò per tutta la stanza ma per fortuna impattò su una parete bucandola da parte a parte.
Intanto dietro di loro si sentivano versi animaleschi. Le scimmie stavano per raggiungerli.
Sullivan sospirò. “Amico mio, qui tocca a te. Ci penserò io a quei dannati umani pelosi sottosviluppati.”
Aprì la lunga giacca di pelle nera ed estrasse una pistola a canna lunga.
“Non preoccuparti per me, Pancrazio, io sono già solo, “So Lonely”, tu cerca di rimanere vivo e tornare da dove sei partito.”
Detto questo, Sullivan sfondò la porta con un poderoso calcio e giunto nel corridoio cominciò a sparare a tutto quello che si muoveva.
Giovanni si nascose dietro un ammasso di macerie con una capriola: “Bene...Pancrazio, giusto? Ora tocca a te morire. Non credere che il tuo amico possa salvarsi.”
Pancrazio era nervoso, ma la consapevolezza di non avere più un corpo fisico lo tranquillizzò.
“Tu sei solo un misero terrapiattista a cui è stata data troppa credibilità. Hai usato la menzogna e i social per arrivare fino a qui. Ma io sono un astronauta e so benissimo che forma ha la Terra!”
L'astronauta si caricò di energia dorata. Tutto intorno a lui si formò un'aura e a guardarla bene sembrava proprio una tuta spaziale.
Giovanni Livella non poteva crederci, era attonito ma doveva tornare alla realtà o avrebbe perso tutto. Il lavoro di mesi e mesi di ricerche e fancazzismo vario non doveva fermarsi in quel momento.
“Dannati astronauti...servi del sistema!1!!1!”
Dalla livella laser partì un colpo devastante. Un raggio cremisi inondò il grosso corridoio, mentre dall'altra parte, la luce dorata dell'aura di Pancrazio sfidava qualsiasi legge fisica conosciuta.
I due fasci di luce si incontrarono. Un enorme lampo arancione illuminò tutta la città per poi dissolversi come polvere al vento.
Quando tornò il buio, in quel corridoio rimase soltanto Pancrazio. Ci era riuscito, aveva salvato quel che rimaneva di quel pianeta disastrato e la sua Terra ora era fuori pericolo.
Si guardò indietro e ascoltò. Non vide nessun movimento e non udì nessun suono, nessuna voce.
Si affacciò alla porta del corridoio e vide Sullivan accasciato al suolo.
Corse preoccupato verso di lui.
“Ehi Sullivan...stai bene?”
L'eroe senza un occhio tossì e alzò il pollice destro in segno di ok.
“Meglio di così! Tutto bene, astronauta." L'uomo si alzò e si guardò intorno. "Ci sei riuscito. Grande!.”
Uscirono dall'enorme palazzo, era ormai l'alba di un altro giorno rosso fuoco.
Pancrazio si voltò verso il suo amico. “Tornerà mai il pianeta che era prima?”
Sullivan fece un lungo sospiro, si accese una sigaretta e guardando l'orizzonte scosse la testa.
“Non lo so ragazzo, ma chi è sopravvissuto come me adesso ha una speranza in più.”
Il tempo per Pancrazio stava per scadere.
“Devo andare o non tornerò più indietro.”
Sullivan rimase impassibile con lo sguardo verso il cielo.
“Vai astronauta, torna tra le stelle e salva altri mondi.”
Sulivan salì in auto e partì alzando una grossa nuvola di polvere, lanciando il mozzicone di sigaretta in lontananza che finì in una stanza del palazzo satura di gas. L'intero edificio esplose con un tremendo boato.
Sullivan rise di gusto guardando l'esplosione dallo specchietto retrovisore: “Bisogna ricordarsi di chiudere il gas.”
Pancrazio diede un ultimo sguardo a quel paesaggio distrutto, tirò fuori dalla tasca il biscotto che gli aveva dato Fater Pio e lo spezzò: “Fater Pio, sono io.”
La frasetta in rima materializzò l'Idolo in un istante.
“Bravo ragazzo, hai fermato quel dannato pazzo. Ora anche il tuo mondo è salvo...e io ho finito le rime, quindi partiamo che ti riporto a casa.”
Pancrazio rimase serio nonostante una risata gli stava risalendo per la gola. Sarà anche una sorta di Dio, ma era davvero strampalato.
In pochi istanti Pancrazio Brunetti si ritrovò sul suo pianeta con anima, corpo e tutto il resto.
Fater Pio lo aveva salvato da morte certa e ora il prode astronauta si sentiva rinato come un tiepido e colorato equinozio di primavera.
La sua tuta spaziale invece è ancora
lì che orbita intorno al Sole venerata da abitanti di un pianeta che
ogni anno, nello stesso periodo, venerano quello strano solstizio. Ma questa storia la conosciamo già.

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