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Oltre la Nebbia

C'è una leggenda che traspare tra le acque del piccolo e immacolato lago Marie.

In mezzo a questa grande pozza d'acqua cristallina, si trova una statua di modeste dimensioni rozzamente scolpita da una roccia grigia e ruvida. Raffigura un uomo, un umile cacciatore, un asso nel tendere l'arco e scagliare la freccia. Un semplice uomo che da anonimo cacciatore diventò un eroe.


“Conosci la storia, giovane ragazzo storpio?” Un vecchio dal viso solcato dal tempo e dai radi capelli bianchi, si era avvicinato al giovane pastore seduto sulla riva del lago intento ad osservare quella particolare statua.

Il giovanotto trasalì: “Mi hai spaventato, vecchio balordo!” esclamò osservando il viso di quell'uomo avanti con l'età.

“Comunque non sono storpio, vecchio...” Mostrò la mano sinistra. “...mi manca solo il dito mignolo, portatomi via da queste dannate pecore mesi fa; tu invece hai i denti spettinati, una pregevole cataratta sull'occhio sinistro e oramai hai più rughe che pelle.”

Il vecchio annuì e sorrise perché non poteva fare altro, visto che era sordo come una scarpa e non aveva ben capito le parole del giovane.

Estrasse dalla tasca un corno d'ottone e se lo portò all'orecchio destro. Con espressione stupita e divertita, il suono cominciò a propagarsi.

“Bene, piccolo storpietto. Ora ti racconterò la breve storia dell'eroico Pappì Benoiz e del suo fantasmagorico arco.”

Il giovanotto non è che avesse proprio tutta 'sta voglia di rimanere ad ascoltare un vecchio strampalato, ma le pecore erano ancora intente a pascolare e allora... “Pronto ad ascoltare la storia, oh saggio anziano.”


Cento anni fa, più o meno, oltre i piccoli boschi nel bel mezzo della campagna, viveva un uomo tutto solo il cui unico compagno era il suo arco.

Era un arco semplice, non era una roba da eroe. Lo usava ogni giorno per cacciare piccoli animali e quando in qualche giornata gli andava bene, riusciva a portarsi a casa anche qualche cinghiale.

In una fosca mattina di fine estate, dove la nebbia leggera saliva dai campi e l'odore di terra umida pizzicava le narici, Pappì uscì come al solito dalla sua casetta di legno per andare in cerca di selvaggina e raccogliere qualche erba prelibata, ma quel giorno qualcosa era diverso dal solito.

Sentiva uno strano presentimento. Era una sensazione che aveva già provato un paio di anni prima in una giornata d'inverno; fu proprio quel giorno che dovette fermare un branco di lupi deformi e affamati, ma con il suo arco di legno di oleandro i lupi furono messhi a tappheto in men che non shi dica...


“Ashpetta ragazzo....un shecondo che mi metto a poshto la dentierah...”

L'anziano vecchio decrepito rimise in sesto la sua dentatura grazie ad una poderosa colla e fu pronto a ripartire sotto lo sguardo incredulo del giovane pastore che ora voleva sentire tutta la storia anche se era già partita in maniera abbastanza assurda.


“Dunque dove ero rimasto?” Il vecchio cominciò a farsi un giro mentale e dopo qualche minuto riprese il filo del racconto. “Ah, già...già!”


Quel giorno tutta quella fitta nebbia dava un senso di angoscia a Benoiz, ma non ci fece molto caso e proseguì attraverso il boschetto situato a nord.

Con il suo arco non mancò nemmeno una preda, procurandosi un po' di cibo per i giorni seguenti.

Soddisfatto della caccia e dopo aver raccolto qualche erbetta, decise di tornare verso casa, ma quello che vide appena uscito dal piccolo bosco fu qualcosa di assurdo.

La nebbia si era diradata quasi del tutto mostrando un bel cielo azzurro.

Quello che però stupì il nostro eroe furono quegli strani oggetti che vide scendere lenti dal cielo.

Rimase attonito vedendo due grossi sassi infuocati scendere sempre più veloci, diretti proprio su quelle pacifiche campagne.

Gli uccelli smisero di cantare e gli animali si nascosero al sicuro.

Pappì fu soggiogato dalla paura, cominciò a sudare freddo, la mente offuscò i pensieri e i nervi cominciarono a farlo tremare.

Pensò che nulla avrebbe salvato lui e quello splendido paesaggio. Tutto stava per finire. Pensò ai poveri animali che sarebbero morti sotto lo schianto di quei due grossi sassi incandescenti, ma pensò anche che l'unico che avrebbe potuto fare qualcosa per fermare tutto questo portava il nome di Dio.

Un sorriso diede sollievo al suo volto turbato, si inginocchiò posando a terra il suo arco e chiudendo gli occhi cominciò a pregare.

Quando li aprì nuovamente pieno di speranza, vide che i due sassi infuocati in corsa verso il suolo stavano continuando a scendere senza sosta.

“Merde! Pensavò funsionàssé!” Imprecò il caro Benoiz con un forte accento francese.

I massi erano sempre più vicini e sempre più veloci; non c'era più tempo, avrebbe dovuto agire lui stesso.

Fece l'unica cosa possibile, l'unico potere che aveva in quel momento.

Brandì il suo arco, si mise in posizione, prese le ultime due frecce dalla faretra e le incoccò sulla corda ben tesa dell'arco. I sassi erano sempre più vicini e Pappì sempre più sudato. Aveva paura, certo, ma doveva almeno provarci. Quando i massi furono alla distanza giusta per colpirli, l'impavido eroe gridò con tutto il fiato e l'adrenalina che aveva in corpo. Scoccò le frecce che volarono sfidando la gravità ad una velocità incredibile verso i due meteoriti che invece amavano essere attratti dalla gravità terrestre aggravando la situazione...

Benoiz era teso come la corda del suo arco. Le frecce stavano per colpire: una a destra e l'altra a sinistra.

I due dardi furono scagliati con così tanta forza e speranza che l'aria li tramutò in cunei ghiacciati. Al momento dell'impatto, i due meteoriti vennero trapassati e le frecce continuarono la loro corsa nella troposfera.

I sassi infuocati si congelarono all'istante per poi esplodere in migliaia di frammenti di ghiaccio dando vita ad una feroce grandinata che distrusse parte delle coltivazioni vicine...ma vabbè il mondo, o almeno quella parte di mondo, era salvo.

Pappì Benoiz tornò nella sua casa, scosso da quell'avventura.

Dicono che ancora oggi, se si alza lo sguardo al cielo, è possibile vedere uno dei due dardi sfrecciare come una stella cadente.


“Un pastore della zona vide tutta la scena e fece erigere questa statua che vedi qui davanti a noi.”

Il ragazzo non poteva credere a quella storia.

“Ma dai vecchiaccio catarattato! Non può essere vera una cosa del genere...c'est incroyable!”

Il vecchio rise e quasi gli scappò la dentiera. “Non ci credi, ragazzo senza mignolo? Guarda là...”

L'anziano puntò il bastone verso il cielo e, alzando la testa, il ragazzo vide qualcosa di scintillante scendere dal cielo.

“Ce n'est pas possible! Quella è...”

Una delle due frecce stava sibilando verso il suolo, veloce come un caccia.

Il dardo, diventato ormai un enorme stalattite di ghiaccio a causa degli anni passati a sfrecciare oltre la troposfera, cadde proprio in mezzo al lago Marie. L'impatto fu così violento che creò svariate inondazioni in tutti i campi della zona. Non preoccupatevi però, la statua dell'eroe Benoiz è ancora lì, intatta, pronta a ricordare al mondo che tutte le minacce possono essere sventate in qualsiasi momento.




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