I - Solcando i Mari
Diario di Bordo della Gargantua, Capitano Ashtone – 9 Luglio 1685
Purtroppo non vediamo terra da parecchi giorni, ma la ciurma è di buon umore, in salute e si comporta in maniera saggia, riuscendo a dividere equamente le provviste di cibo, acqua e rum senza costringermi a dettare legge.
So che sono uomini tosti e che non si abbattono facilmente, ma se non troviamo terra entro pochi giorni, le scorte cominceranno a calare drasticamente.
Prego Dio o chiunque altro, che possa farci trovare anche solo una minuscola isola.
12 Luglio 1685
Lo speriamo tutti.
La notte scorsa, mentre ero sul ponte a riflettere e a cercare invano terra all'orizzonte, vidi una strana ombra appena sotto la superficie del mare, sembrava un enorme mostro deforme, ma probabilmente era soltanto un grosso pesce e l'immaginazione e la stanchezza hanno fatto tutto il resto.
Abbiamo varcato la soglia di queste acque sconosciute soltanto cinque giorni fa e da allora il sole non ci ha più accompagnati. Il cielo velato dalle sottili nubi grige sembra soffocare la nostra speranza e le nebbie che a tratti avvolgono la nave ci danno un senso di pesante inquietudine.
Anche la mia speranza sta per vacillare, ma non posso abbattermi.
Oggi è una splendida giornata, la speranza è tornata tra gli uomini e anche nel mio cuore.
Probabilmente canteremo per tutta la sera.
Aggiornamento. Mentre eravamo sul ponte a fare festa, la vedetta Trevor ha avvistato una luce in lontananza; difficile da capire se fosse una nave o qualcosa sulla terra ferma, ma con le prime luci dell'alba riusciremo a farci un'idea.
Il cielo si è rannuvolato nuovamente e il colore plumbeo non fa presagire a nulla di buono. Speriamo solo che non sopraggiunga una tempesta.
Siamo dovuti salire sull'albero di vedetta per recuperarlo. Era spaventato e paralizzato. Il suo viso immobile in un'espressione terrorizzata con gli occhi fissi in un punto verso l'orizzonte.
Cosa avesse causato quell'orrore non ci è dato saperlo. Il medico di bordo ha semplicemente confermato che si tratta di una crisi di nervi, forse per via del duro viaggio.
Nota: Notte. Trevor è scosso da forti brividi e sicuramente non per via del freddo vista la temperatura. Come se non bastasse continua a delirare e a farfugliare parole sconnesse, insensate.
La cosa preoccupante è che altri, nella ciurma, stanno dando segni di lieve pazzia.
Oggi pomeriggio uno dei mozzi è arrivato dicendomi di aver visto due donne vestite con abiti da cerimonia proprio nella stiva. Niente di più strano. Quando gli ho detto che sicuramente era soltanto una visione causata dallo stress e dalla stanchezza, ha sgranato gli occhi e ha cominciato a ridere come un pazzo.
Ora comincio ad avere paura.
Le provviste ormai sono agli sgoccioli e la Gargantua è rimasta per ben quattro giorni ferma in una strana zona di bonaccia. Da non crederci.
Almeno la pesca è ottima e il cibo non
manca. Il problema è l'acqua: poca e ormai andata a male.
Nota: è sera e sono in camera da letto, ho forti capogiri. Non riesco a dormire. Credo di non stare bene. Non voglio allarmare nessuno però, non è il caso di portare altra sofferenza su questa nave.
I pochi rimasti dell'equipaggio erano diventati completamente pazzi, tutti contagiati da quella strana malattia delirante. Non ho avuto altre opzioni se non quella di ucciderli uno ad uno per poi scaraventare i corpi sul fondo del mare. Che Dio o chiunque ci sia, abbia pietà della mia anima...non so per quanto ancora durerò qui sopra, solo, aggrappato ad un sottile filo di speranza.
La nave prosegue imperterrita in mezzo al mare, avvolta da spesse nebbie che rendono il viaggio cieco e senza meta.
Il Capitano Ashtone, stremato, crolla in un sonno profondo e nei suoi sogni sente le voci dei compagni, i membri della ciurma che uno ad uno se ne sono andati portati via da quella maligna malattia delirante, vede i loro visi distorti e devastati dalla morte.
Un tremendo frastuono lo riporta alla realtà. Davanti a lui, il ponte della nave è spezzato su un ammasso di scogli che spuntano dal mare come grosse scaglie di un drago dormiente.
Il sole, alto nel cielo, gli infastidisce gli occhi, gli provoca dolore.
Ashtone è spaesato. Non capisce dove si trova, non ha mai visto quel luogo.
Davanti a lui si staglia una enorme spiaggia di sabbia rosa e poco oltre riesce a vedere un boschetto con una grande varietà di alberi.
La giornata è limpida, il mare è calmo.
Al Capitano della Gargantua pareva tutto uno scherzo. La sua ciurma era ormai scomparsa, rimanevano soltanto il dolore della perdita e il vessillo pirata che sventolava fiero sopra l'albero maestro. Anche il rum era finito.
Ashtone si fece forza, prese le poche provviste rimaste e scese dalla nave.
Poggiare i piedi su quella sabbia fine scaldata dal sole gli dava una bella sensazione.
Restava solo da avventurarsi per quell'isola sconosciuta.
II - La Disavventura del Capitano Ashtone
Ashtone aveva costruito un buon accampamento sulla spiaggia, nei pressi di un passaggio naturale che portava nella boscaglia. Il pomeriggio era giunto velocemente e da lì a poche ore sarebbe arrivato il crepuscolo, motivo per andare in cerca di legna.
Si addentrò nella foresta e rimase stupito nel vedere la vasta varietà di piante che offriva quel posto.
Pioppi, querce, pini, palme da cocco, aceri ed altri ancora. Pensò che la cosa fosse alquanto insolita, ma in fondo, girovagando per i mari, ne aveva viste di cose assurde.
Raccolta la legna necessaria per accendere il falò, tornò verso il suo accampamento.
Davanti al fuoco con acqua fresca e del buon pesce cucinato a dovere, tutto sembrava più dolce e i pensieri di quel maledetto viaggio abbandonarono la sua mente.
Il sole fece posto alla luna e il cielo stellato, meraviglioso osservarlo da lì, in solitudine, su un'isola remota.
Ashtone andò verso la riva e si mise in cerca di qualche luce all'orizzonte, ma non ne vide nemmeno una e pensò che se anche l'avesse vista, come avrebbe potuto raggiungerla? Per ora era meglio pensare a riposare, deciso che l'indomani avrebbe costruito una barca o qualcosa che potesse tenerlo a galla per un po'.
Si accucciò tra le coperte, riparato dalla costruzione in legno ricavata dalle parti della Gargantua; la nave sembrava osservarlo intrappolata in mezzo a quei dannati scogli frastagliati e ad Ashtone cominciarono ad affiorare tutti i ricordi dei suoi compagni, le risate e le canzoni e così si addormentò, ma nel sogno tutte quelle risate si tramutarono in lamenti, urla di dolore e pazzia e i canti allegri diedero vita ad una sorta di omelia tediosa plasmata di parole inconcepibili e frasi inspiegabili.
Nel sogno del Capitano, la Gargantua stava percorrendo un mare in tempesta, grigio e freddo; il cielo sopra di essa era infestato da nubi gonfie e scure che avevano tramutato l'atmosfera da felice e spensierata a soffocante e piena di disperazione. Alcuni uomini dell'equipaggio in preda al delirio ridevano fino a stare male per poi gettarsi tra le enormi onde che li inghiottivano voracemente in pochi attimi. Altri piangevano e si disperavano graffiandosi il viso e contorcendosi fino a procurarsi traumi su tutto il corpo, altri ancora urlavano bestemmie ed imprecazioni verso la tempesta fino a distruggersi la voce. Poi tutto l'equipaggio sparì in un attimo, la tempesta si placò all'istante e il sole tiepido illuminò l'orrore che era rimasto sul vascello. Ashtone vide se stesso, in piedi sulla prua della nave con un'ascia in mano sporca di sangue. Rideva guardando il ponte della nave, il suono distorto di una campana risuonava in lontananza e strane voci gli riempivano la testa.
Solo per un misero, orribile istante, vide il ponte della Gargantua tappezzato di cadaveri fatti a pezzi, il legno della nave intriso di sangue dava al vascello una colorazione macabra e scioccante.
Una risata isterica echeggiò tutt'intorno.
Ashtone si risvegliò da quel devastante incubo. Era nauseato da ciò che aveva appena sognato e subito prese un sorso d'acqua per riprendersi; peccato non avere avuto il rum.
La Gargantua era uno spettro scuro e devastato davanti ai suoi occhi che ancora proiettavano quel maledetto incubo uscito dagli inferi. Doveva toglierselo dalla testa e forse sapeva come fare.
Decise di procurarsi il materiale per costruirsi una sorta di barca e doveva procurarsela proprio dalla sua maledetta, amata nave.
Il vascello era a pezzi, ovvio che non avrebbe mai solcato i mari, ma era un'ottima fonte di materiali ancora in buono stato.
La giornata era limpida e il mare una perfetta tavola e non ebbe difficoltà a salire sulla nave.
Guardò il ponte e per un attimo pensò a quel sogno, per fortuna non vi erano tracce di sangue.
Prese tavole di legno, corde, chiodi e li mise in una cassa. Decise però di provare a vedere se erano rimaste altre provviste. Andò a poppa e superò la porta che conduceva verso le stanze dell'equipaggio; una robusta scala in legno dava l'accesso ai piani inferiori fino al magazzino delle scorte.
Là sotto l'atmosfera era strana, lugubre. La zona non era illuminata, era umido e ad Ashtone salì un senso di angoscia. Prese e accese l'unica candela che trovò su un tavolino malconcio.
Superò le enormi stanze che portavano verso il magazzino. Il percorso era disseminato di casse, armi, botti, la mobilia era stata violentemente sbattuta qua e là e non trovò una misera lampada in buono stato. Oltre a questo, il Capitano doveva coprirsi bocca e naso con un fazzoletto poiché l'aria era inondata da un olezzo tremendo misto tra dolce, marcio e salmastro. Tutto questo lo metteva ancora più in ansia: ora il cuore pulsava forte nei suoi timpani e il respiro era corto e affannato.
Nella sua mente continuava a ripetere di calmarsi, ma la mente in quei casi gioca brutti scherzi e il cervello cominciò a rievocare le vecchie storie di spiriti maligni che si raccontavano durante la notte tra compagni, dove si rideva, ma che in questo caso non facevano più divertire.
Ci rimase quasi secco quando i suoi pensieri furono interrotti bruscamente da un tonfo sordo proprio dietro le sue spalle e dalla bocca bisbigliò una secca imprecazione.
Il magazzino era a pochi metri davanti a lui, ma l'istinto gli disse di voltarsi e quando lo fece non vide assolutamente nulla. Non ci badò più di tanto, in fondo la nave stava cadendo lentamente a pezzi.
Si voltò verso il magazzino delle provviste, avanzò di un altro passo e proprio da dietro quella massiccia porta di legno sentì un colpo, poi un altro e un altro ancora in rapida successione.
La candela si spense e il buio lo circondò. La mente vacillò per un istante, il Capitano prese un grosso respiro e si calmò. Aspettò qualche secondo prima di aprire la serratura della porta del magazzino. Girò la chiave, una, due volte; la serratura scattò echeggiando nel vuoto della stanza.
Aprì lentamente la porta con la paura di trovarsi di fronte qualcuno. Ma chi? Sulla nave era rimasto solo lui. Diede un'occhiata veloce all'interno di quella stanza colma di scaffali e mensole, c'era ancora un po' di cibo e qualche bottiglia di rum. La puzza di prima era più pesante lì dentro, probabilmente c'era qualcosa di andato a male, ma Ashtone non ci badò più di tanto, sorrise e avrebbe urlato di gioia se fosse stato in un'altra situazione: con quei viveri aveva una buona speranza di sopravvivenza sull'isola. Prese un grosso sacco e cominciò a camminare tra una mensola e l'altra facendo scorta dei pochi viveri rimasti, fino a che non arrivò in fondo alla stanza. Lì vide una piccola porta di legno piuttosto malconcia, doveva essere il ripostiglio dei secchi e delle scope.
Incuriosito, avanzò verso quella porta, posò il sacco e la aprì di scatto.
Dentro non c'era nulla, solo il buio più totale. Guardando meglio però, vide che davanti a lui c'era un lungo corridoio. Una cosa a dir poco incredibile.
Incuriosito, avanzò di qualche passo e un leggero alito di vento gli passò tra i capelli, facendolo voltare istintivamente. Rimase impietrito. La porta da cui era entrato era scomparsa e al suo posto c'era soltanto un vecchio specchio che rifletteva la sua immagine.
Si avvicinò ad esso e vide che la sua immagine era distorta, sfarfallava. L'Ashtone nello specchio rideva, urlava, piangeva e si disperava; aveva le mani sporche di sangue e dietro di lui arrancavano lentamente i suoi compagni morti.
Il vero Ashtone cominciò ad avere molta paura e gli tornò alla mente quell'incubo. Si voltò e vide che i suoi compagni erano realmente lì, davanti a lui. Cominciò a disperarsi, a piangere e ad urlare vedendo la sua ciurma decomposta, a pezzi che avanzava lentamente, chiamandolo con voce flebile.
Nell'aria cominciò a sentirsi il rintocco di una campana distorta, poi giunse una tediosa omelia e da lontano si sentì infuriare una tempesta. I suoi compagni cominciarono a lanciare urla di disperazione, a piangere e ad imprecare, a ridere e a contorcersi, torturando i loro corpi già devastati dalla morte.
Ora Ashtone non era più in sé, la mente lo aveva portato in un mondo di disperazione, una landa oscura e senza tempo dove non aveva scampo. Cominciò a ridere, a piangere, ad urlare, a gioire e a disperarsi. Era un ammasso di emozioni che non poteva concepire, un agglomerato di sentimenti senza colori. Rabbia, disperazione, felicità, armonia e tristezza erano fuse insieme.
Un'ultima risata delirante e qualcosa nella sua anima si ruppe per sempre, mentre la sua ciurma lo accoglieva accerchiandolo.
Ora non era più in quel corridoio scuro, era sul ponte della Gargantua, ma sopra di lui non c'era il cielo, c'era il mare. Svariati metri di acqua salata lo dividevano dalla terra e dall'aria.
Il Jolly Roger del vascello sventolava tra le correnti dell'oceano e intanto sopra di esso transitavano enormi ombre nere senza forma e dall'aspetto indefinito che spargevano strani canti macabri e insoliti; ora Ashtone capiva quelle parole, percepiva quelle frasi come se le avesse imparate quando era bambino e adesso cantava anche lui insieme alla sua ciurma. Quei canti che prima erano deliranti e senza senso, ora erano meravigliosi e pieni di significato.
Ashtone pensava che sarebbe stato davvero bello se tutto il mondo li avesse ascoltati e imparati come avevano fatto loro nelle profondità del mare.
“Forse un giorno...” disse, “Forse un giorno succederà...”

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