Dove vivo io, il sole è velato da una coltre di nebbia, più o meno leggera, per la maggiora parte dell'anno; i venti freddi ululano come bestie fameliche e le tempeste di neve ricoprono tutto il paesaggio rendendolo così bianco da infastidire la vista.
Qui non sappiamo nemmeno che anno è e se davvero, oltre a questi confini ghiacciati, esista un mondo. Appena scende il sole il buio abbraccia queste terre, le soffoca nel suo pesante mantello nero; ti porta ad avere una paura primordiale e le urla del vento proiettano nella mente strani pensieri. Ma tutto il terrore si concentra in un unico giorno dell'anno dove la temperatura scende a -30° e il buio si propaga già poco dopo mezzogiorno.
Gli abitanti più anziani, i pochi che sono rimasti, parlano di una vecchia leggenda dove il protagonista è un giovane guerriero stanco delle solite uscite di caccia che deicide di avventurarsi in un luogo insidioso, celato da un ammasso di rocce. Lì avrebbe trovato una grotta, sarebbe sceso fino alle profondità oscure e fredde trovandosi di fronte ad un enorme drago dormiente.
Il respiro del drago nero dava vita a grosse nuvole di condensa. Il guerriero valutò la situazione e pensò che se lo avesse ucciso nel sonno sarebbe stato un facile trofeo, nonché un'ottima fonte di cibo per il villaggio. Si avvicinò lentamente cercando di non svegliarlo, si portò davanti al fianco sinistro della bestia, lì percepiva il lento battito del cuore.
Il ragazzo sfoderò la spada, prese tutta la forza che aveva in corpo e la infilò nella spessa carne del drago. Il bestione si svegliò con un profondo verso gutturale, lamentandosi per quella ferita. Ovviamente la lama lo aveva solo scalfito provocandogli niente di più che fastidio e rabbia. Il guerriero cercò invano di combattere la furia di quel drago che si dimenava senza sosta. Non ci mise molto; con una codata spinse l'umano contro la parete ghiacciata e con una delle poderose zampe lo schiacciò.
Il drago si infuriò per essere stato svegliato da quel lungo sonno e una volta uscito dalla grotta, sparse un gelo profondo per tutte le terre che circondano il villaggio. Ecco perché si pensa che oggi soffriamo questo clima tremendo in questa landa oscura.
Naturalmente sono solo vecchie leggende, anche se dicono che ci sia sempre un fondo di verità.
Una sera, alla locanda del paese, Jeffrey uscì di nuovo ubriaco e vagò nella direzione opposta a casa sua trovandosi in poco tempo, a sua detta, davanti al bosco che delineava i confini. L'uomo tornò spaventato, rompendo il silenzio che ammantava il paese e dicendo che aveva sentito grida e lamenti che non potevano appartenere a nessun animale esistente, ma la cosa che fece rabbrividire tutti fu quando raccontò di aver visto una bestia enorme, un mostro scarnificato dagli occhi verdi, luminosi che teneva incatenati alle sue zampe almeno una decina di spiriti urlanti che si dimenavano nella più cupa disperazione.
Abbastanza dettagliato per essere
ubriaco, pensai. Il fatto fu che quella sera gli abitanti ed io
tornammo nelle nostre calde case abbastanza scossi, spaventati,
sapendo che il giorno dopo sarebbe stato il giorno più freddo e
oscuro di tutti. Durante la notte il vento si faceva sentire,
ululando per le vie del paese, dando vita a rumori sinistri. Nei miei
sogni ricordo di aver sentito quei rumori, tramutati poi dalla mia
mente in orridi mostri, spiriti e altre creature deformi che vorrei allontanare dai miei ricordi.
La mattina arrivò presto e tutti ci godemmo le poche ore di fioca luce, ahimè rubate rapidamente da una forte tempesta di neve. Come di consueto la temperatura scese fino a -30, non un grado di più, non un grado di meno, e il buio arrivò presto; guardando dalla finestra si potevano notare le poche luci accese per le vie del paese che cercavano invano di dare conforto e colore.
Non so per quale motivo il mio sguardo si andò a posare al di là del centro abitato. Vivendo al terzo piano di un piccolo palazzo avevo una buona vista da quella posizione, anche perché non c'erano altri edifici così alti nel paese. I miei occhi cercarono di varcare la soglia dell'oscurità, di guardare oltre quel nero profondo. Metteva i brividi, come se qualcuno da quella grande oscurità mi stesse scrutando insinuandosi dentro i miei pensieri. D'un tratto il mio sguardo venne attratto da un veloce movimento tra le vie poco oltre l'edificio, al di sotto della mia finestra. Un uomo stava camminando con passo veloce per le strade del paese, non riuscii a capire chi fosse poiché era infagottato per bene dentro giacca, cuffia e sciarpa, sembrava andasse di fretta. Ma dove?
Lo seguii con lo sguardo fin dove potevo, fino a quando non sparì tra l'oscurità, dove le strade di paese si riversavano per i sentieri scuri di campagna completamente imbiancati dalla gelida neve.
Chi diavolo è il pazzo che esce di casa in questo dannato giorno?
Erano solo le 4 di pomeriggio, ma era così buio che dava quasi fastidio. Nonostante i miei trent'anni vissuti in quel dannato paese non mi ero ancora abituato a quel giorno freddo e buio, anzi, nemmeno oggi riesco ancora a farci l'abitudine.
Ricordo che quel giorno fui tanto impaurito quanto confuso. La mia mente mi diceva di stare in casa, di non uscire, ma la mia anima voleva sapere di più su quell'uomo e su dove stava effettivamente andando. Pensai inoltre che altri lo avrebbero visto passare e quindi ci saremmo potuti ritrovare in un buon gruppetto, ma quando mi ritrovai in mezzo alla via, tra le fioche luci del paese e l'oscurità della strada di campagna, mi resi conto di essere completamente solo.
Gli ululati del vento erano tremendi e probabilmente avrebbero reso pazzo qualsiasi forestiero. Davano davvero la sensazione che qualche spirito stesse urlando, tormentato da quel freddo glaciale che penetrava l'anima.
Davanti a me si ergeva un muro nero, un'oscurità spessa e pesante che dava l'idea che potesse avere una qualche densità e per un attimo vacillai, stavo per tornarmene indietro quando all'improvviso, in fondo al nero orizzonte vidi una macchia verde, una luce che durò pochissimi attimi, poi di nuovo buio.
Proseguii per la strada completamente innevata illuminata soltanto dalla luce gialla della mia torcia elettrica che, a tratti, svelava traccie di impronte di stivali. Quell'uomo era passato proprio di qui, sulla strada che portava al bosco, ai limiti delle nostre terre gelide.
Il vento freddo non dava tregua e le gambe cominciavano a farsi pesanti in mezzo a quei mucchi di neve e ghiaccio che affaticavano il percorso; ci misi una buona mezz'ora a raggiungere il bosco, avevo freddo nonostante lo spesso cappotto e tutto il resto, ma la curiosità mi faceva avanzare senza pensare all'ambiente che avevo attorno. Mi voltai, il villaggio era distante e le sue deboli luci si vedevano a malapena.
Il bosco si rivelò davanti ai miei occhi, velato da una leggera nebbia, il vento si era placato, ma il freddo sembrava ancora più pungente in quella zona.
Mi feci coraggio ed entrai. Con quei vestiti, sarei potuto durare ancora per un paio d'ore, dopo quel tempo sarei morto congelato, probabilmente.
Avanzai tra gli alberi spogli, i sussurri del vento sembravano bisbigli di una lingua sconosciuta e mai sentita prima, la neve ghiacciata sotto i piedi scricchiolava sonoramente in mezzo a quel cupo silenzio.
Aguzzavo lo sguardo in tutte le direzioni possibili, ma con la sola luce della torcia non era facile captare movimenti o oggetti in lontananza e come se non bastasse, le orme di quell'uomo si erano volatilizzate già da qualche minuto, ma di lui nessuna traccia.
Stavo per disertare, visto che il freddo si faceva sempre più acuto e avrei dovuto impiegare ancora quasi un'ora da lì per tornare indietro, ma successe una cosa che non mi diede scelta, se non quella di rimanere in quel posto ancora per qualche istante.
La luce verde che avevo visto prima in lontananza era a pochi metri da me, alta oltre un piccolo gruppo di pini. Spinto da una malsana curiosità avanzai senza pensarci troppo; arrivato oltre quegli alberi la nebbia sparì all'improvviso rivelando un piccolo tempietto in rovina non più alto di un metro. Mi avvicinai a dare un'occhiata e notai che per entrare mi sarei dovuto chinare, forse proprio come segno di rispetto verso quella sorta di divinità o spirito che un tempo qualcuno pregava.
Dentro notai una piccola colonna intrappolata da erba e muschio, diedi una rapida pulita svelando la sua forma. La colonna era lavorata in maniera grezza da mani inesperte tanto che non si potevano intuire molte delle incisioni se non qualche antica runa o roba simile, l'unica cosa ben lavorata era la sommità a forma di testa di un qualche tipo di lucertola e mi sembrò parecchio strano visto che a quelle temperature a cui noi eravamo abituati non potevano vivere simili animali, ma d'altro canto queste terre sono sempre state strane e colme di eventi inspiegabili.
Decisi di uscire da lì e di tornare indietro, tanto di quell'uomo ormai avevo perso qualsiasi traccia.
La nebbia era calata di nuovo e questa volta era davvero spessa, tanto da non riuscire ad orientarmi.
Non avevo con me la bussola, così cercai di fare luce con la torcia e seguire le mie stesse orme, ma queste mi portarono in una piccola radura ed è qui che finisce la mia storia.
Davanti ai miei occhi vidi un enorme mostro, un rettile fuori dal comune completamente scarnificato, una sorta di drago. I suoi occhi erano come intense fiamme verdi che mi scrutavano nell'anima, mi graffiavano i pensieri e bruciavano il mio essere. Decine di catene erano fuse alle sue zampe ossute e altrettanti spiriti si tormentavano intrappolati da quelle manette di freddo acciaio scuro; si contorcevano si dimenavano volteggiando da una parte all'altra senza sosta. I loro occhi vuoti cercavano aiuto e le loro fauci erano un continuo lamento.
Tra tutti quegli spiriti sfigurati, erosi dal tempo e dalla morte vidi un volto noto, infagottato in una giacca pesante tipica del mio paese. Era Jeffrey o meglio, la sua anima torturata tanto quanto le altre a cui era incatenato. Alzai lo sguardo, il drago mi guardò con i suoi occhi fiammeggianti, respirò e mi inondò con il suo alito glaciale. Faceva freddo, troppo freddo per resistere.
Mi risvegliai dopo due giorni nel letto di casa mia con il tepore del fuoco del camino.
Il dottore del paese disse che l'avevo
scampata per miracolo. Stranamente mi trovarono al limitare del bosco
e ancora adesso non capisco come sia possibile. So solo che quando il
dottore andò via, la finestra della mia camera si aprì lentamente
facendo entrare l'aria fredda e l'odore dei camini accesi. Mi alzai
dal letto, la richiusi e una volta sdraiatomi nuovamente sotto le
coperte, qualcuno tossì. Vidi Jeffrey seduto sulla sedia accanto al
mio letto, teneva la testa bassa tossendo in continuazione. Fui assalito da una paura primordiale, un'emozione blu mai sentita prima. Cominciai
a disperarmi, a piangere. Tutto ciò non poteva essere
vero. L'uomo incorporeo si alzò, si voltò urlando spalancando la bocca in una smorfia innaturale; mi sentii scrutare l'anima dalle sue due orbite vuote.
Quella volta svenni nuovamente e al risveglio ero solo nella mia stanza. A distanza di un anno non successe più nulla di simile.
Solo a volte mi capita di sognare di essere accanto al letto di un uomo debole e sciupato. Nel sogno tossisco, mi alzo, mi guardo allo specchio e non ho più occhi, ma solo orbite cave.
Mi capita di essere confuso. Ciò che vivo tutti giorni è la vera realtà oppure sono io l'uomo senza occhi? Fa freddo, è buio e il vento urla come un branco di spiriti tormentati.
Ora tutte le notti riesco a vedere le luci verdi in mezzo al bosco mentre durante il giorno non ho mai più visto la luce del sole.

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