Lone Trevor (e quel “Lone” ci sta benissimo visto che è che sempre rimasto solo come una bestia abbandonata) se ne andava a spasso per il piccolo paese dove era nato e cresciuto e dove aveva vissuto la sua noiosa vita post apocalittica.
Sin da piccolo si è dovuto arrangiare da solo poiché sua madre era morta pochi secondi dopo il parto. Trevor rimase solo e senza amore in quella piccola farmacia dove era stato messo al mondo, ma possedeva una dote innata. Fin dai primi istanti di vita, il suo corpo e la sua mente cominciarono ad evolversi dandogli la possibilità di sopravvivere in completa autonomia, procurandosi latte artificiale, cambiandosi i pannolini e curandosi quando ne aveva bisogno.
Crebbe sano, forte e la sua mente continuava ad espandersi. Ora aveva l'intelligenza di un ventenne, ma al suo undicesimo compleanno tutto si fermò quando in aperta campagna entrò in contatto con un frammento di luna, distrutta dopo il famoso attacco kamikaze poco prima del “reset” terrestre (vedi Lonely Sullivan). Le radiazioni di quel grosso sasso gli bloccarono la crescita mentale, ma a lui non importava; in un'era post apocalittica andava bene lo stesso, di cose ne sapeva fare.
Ritorniamo al presente, ovvero trent'anni più tardi.
Passeggiando per il paese decise di prendere la via che lo avrebbe portato nelle campagne dove procurarsi frutta, verdura e qualche animale non modificato. Prendendo un'altra strada diversa della solita, si ritrovò davanti ad un grande capannone. Decise così di entrare a controllare, magari avrebbe trovato qualcosa di utile. Tutto era in disordine: attrezzi, paglia, ossa varie di mostri mutati, di umani e di animali e poi scatole e scatolette varie, pezzi di ferraglia, insomma non mancava proprio nulla, ma la sua attenzione si focalizzò su un telo di stoffa variopinta da hippy che celava qualcosa sotto di esso. Togliendo il telo, Trevor rimase immobile a fissare l'oggetto che aveva davanti a se.
Aveva già visto quell'affare su qualche libro o rivista. “Porca vacca! Non riesco a farmi venire in mente che razza di roba è quella...”
Ci pensava e ci ripensava e intanto si grattava l'unica natica rimasta, lo aiutava a concentrarsi.
Come mai una sola natica? Beh, vi posso soltanto dire che usare uno scivolo del parco in piena estate con un sole post apocalittico che ci picchia sopra, non è proprio il massimo.
“Dunque, vediamo un po'...”Osservava attentamente. “Queste dovrebbero essere le ruote, questo è il marurbio...manubrio e questa una sella...” Rimase qualche istante immobile poi gli si illuminò il viso. “Cacchio, ma è una moto!”
Era esaltato alla massima potenza. Era uguale a quella che aveva visto in uno di quei fighissimi fotoromanzi.
Vide che a terra erano presenti due taniche colme di benzina. “Ottimo!”
Controllò il serbatoio. Pieno. “Fantastico!”
Caricò le taniche e mise in moto...la moto...”Che rombo!”
Partì a cannone sfondando una parete di legno e alzando un gran polverone, arrivò a casa, prese uno zaino e lo riempì di tutto ciò che poteva essergli utile nel viaggio.
“È ora di lasciare questo paesello delle balle!”
Ora che possedeva una moto poteva spostarsi dove voleva. Prima no, perché non è molto sicuro spostarsi a piedi in un mondo devastato dove ci sono mutati a destra e a manca.
Partì come un razzo, uscì dal paese e imboccò la statale. Si sentiva come Lorenzo Lamas in Renegade! Che figata!
Percorse svariati chilometri e fortunatamente trovò anche parecchi distributori dove fare rifornimento e riempire le taniche. In più aveva trovato un bel fucile, dei proiettili e una fantastica Magnum. Ora si che poteva abbandonare il fucile ad aria compressa.
Durante il percorso non incontrò nessun umano, a parte qualche scheletro qua e là. I venti caldi nucleari gli sferzavano il viso, ma non gli davano noie visto che la sua scorza era dura come il cemento.
Incontrò qualche mutante che però ebbe vita breve contro il suo fucile e la sua rabbia da paesano. Ora si sentiva libero di fare ciò che voleva, il mondo era suo.
Un pomeriggio arrivò in un piccolo accampamento di sopravvissuti, fu ospitato durante la notte; gli serviva riposo prima di ripartire il mattino seguente, ma durante il buio decise di rubare un po' di cose utili dall'accampamento, cibo e acqua compresi.
Si intrufolò nella sala adibita a mensa dove nel retro tenevano la dispensa, aprì lo zaino e lo riempì di merendine, qualche bottiglietta d'acqua e...”Fermo lì, parassita!”
Il tipo che era di ronda lo aveva trovato e lo stava minacciando con una mazza da baseball.
Trevor cercò di trovare una buona scusa. “Cercavo il bagno, sai dove posso trovarlo?”
“Certo. Vieni ti ci accompagno.” Disse l'uomo e senza indugio gli diede una botta con la mazza di legno. “Qui non si ruba, bastardo!”
Trevor rimase a terra, ma aveva già pronta la Magnum e appena l'uomo gli strattonò la maglia per esortarlo ad alzarsi, gli sparò un colpo alla gamba destra lasciandolo dolorante sul pavimento.
Tutto l'accampamento si svegliò dopo quello sparo. Trevor prese lo zaino e corse verso la moto, partendo a razzo verso la strada.
“Addio teste di cacchio!”
Si fermò poco più avanti in una piccola radura. Controllò le provviste appena recuperate: zaino pieno e un'altra sacca bella colma di roba. La moto cominciava a diventare scomoda con tutto quel bagaglio.
Partì in tarda mattinata dopo essersi fatto un bel sonno e ripartì alla grande grazie alle merendine ai cinque cereali che aveva rubato.
Dopo qualche chilometro di nulla, il paesaggio cominciò a cambiare. Al posto delle campagne cominciarono a spuntare capannoni abbandonati di grandi magazzini, all you can eat deserti e concessionari di auto ormai caduti a pezzi.
“Questa zona è molto diversa.” Pensò.
Fermò la moto in mezzo alla strada, si guardò attorno. Alla sua sinistra, in lontananza, vide una gigantesca ruota panoramica che lo incuriosì parecchio. Aveva letto spesso di questi Luna Park dove ci si divertiva (prima dell'apocalisse ovviamente).
Ripartì con la sua poderosa moto, sgommando e sorpassando un cartello malconcio alla sua destra dove c'era scritto qualcosa con della vernice bianca: Sullivan City.
“Sembra una bella città ricca di cose da saccheggiare. Magari ci trovo anche una macchina.”
Lone Trevor sorrise mostrando i suoi denti gialli e perfetti.
“Sullivan City...che razza di nome! Ma credo proprio che questo sia il posto giusto.”

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