Mi avevano detto di non entrare da solo nel vecchio acquedotto.
Mi chiamo Emiglio e la “gl” è proprio parte del mio nome, non è che ha sbagliato quello lì che batte sulla tastiera. Appena nato, mio padre decise di chiamarmi Emilio, ma siccome non conosceva bene la grammatica, registrò questo nome sbagliato.
Mia madre avrebbe dovuto correggerlo, ma pure lei non conosceva una mazza di grammatica. Fantastico.
Vabbé comunque torniamo alla mia storia.
Successe tutto due anni fa, quando ero solo un bambino più giovane di adesso che ho 13 anni.
Erano i giorni della vacanze estive e ricordo che stavo preparando la colazione con la mamma: succo di pomodoro tiepido e biscotti Plasmon o, come li chiama lei, i “biscotti al Plasma”, perché come ho detto, è sgrammaticata.
Comunque, dopo aver pucciato gli adorati Plasmon nel succo, decisi di sedermi in poltrona per godermi un po' di sani cartoni animati. Sul più bello bussarono alla porta e mia mamma andò ad aprire, con mio infinito sconcerto scoprii che era il giovane Carlino di Bettola, figlio di una famiglia di conti decaduti male, malissimo che vivevano in una villa composta da lamiere, rottami vari, fango, sterco e paglia. Però un po' li ho sempre invidiati da quando hanno vinto il premio “energia pulita” nel giornale locale della mia città “L'imbratta Carta”.
Il loro sistema di energia era unico: tutta la casa era alimentata da patate che davano l'energia necessaria, se ci si accontentava.
Ma sto divagando.
Carlino si fiondò subito in salotto dicendomi di voler andare a giocare nelle strade che delimitavano i campi. Risposi a malincuore che andava bene.
Camminammo fino alla strada che portava al vecchio acquedotto, una struttura abbandonata quasi spettrale. Sapevamo che non dovevamo avvicinarci troppo, perciò avevamo creato una pista per le biglie poco prima di quel vecchio edificio; passavamo intere giornate a bigliare e schiccherare fino a violarci (in senso di colore viola) le unghie.
Stavamo ormai per andarcene, quando arrivò Brunino De Rompica', un buffone mezzo teppista da quattro soldi che cercava sempre rogna. Si avvicinò bloccandoci la strada e insultandoci. Carlino riuscì a scappare, ma io rimasi lì.
Brunino mi prendeva in giro, che poi avrebbe dovuto guardarsi lui con quel naso che sembrava un asparago, e mi sfidò ad entrare nel vecchio acquedotto; se lo avessi fatto non mi avrebbe più preso in giro. Mi fidai e andai verso l'edifico.
Sapevo come entrare, c'era una parte di recinzione rotta; appena entrato mi diressi verso una delle porte di legno, nel frattempo mi voltai e vidi Brunino che mi fissava con quei suoi occhi da triglia e i denti da nutria. Che spettacolo triste, pareva una baggianata di ragazzo.
Una volta entrato attraverso la porta di legno ricoperta di muschio, in mezzo a tutto quel buiame sentii la puzza di acqua marcia che mi strappava i peli delle narici. Camminai sul pavimento di pietra umida e muschiante, piano piano perché indossavo gli infradito di mio padre ed era parecchio pericoloso. Infatti, neanche a drilo, persi l'equilibrio scivolando su una sorta di saponetta di muschio che mi fece volare dentro l'acqua marcia. A parte lo schifo, tutte quelle alghe e quella melma mi si avvinghiarono addosso e mi trascinarono verso il fondo che poi così fondo non era, si toccava con i piedi, ma ricordo che persi i sensi e tutto si fece ancora più buio dell'oscurità scura. Tremendo.
Quando mi risvegliai, ero lì dentro, a galla in quello strato di melma verde che mi faceva da letto.
Annaspai fino al bordo e ne venni fuori come un sirenetto.
Tornato a casa, di corsa anche, a malapena salutai mamma e papà seduti sulla veranda. Corsi in bagno e guardandomi allo specchio vidi il viso verde, pieno di muschi e licheni. Cercai di lavarli via, di scrostarli, di sfregarli, ma questi rimanevano lì ed oltre ad essere antiestetici, puzzavano parecchio. Tornai da mamma e papà che si incavolarono non poco vedendo che non mi ero ancora lavato ed era già l'ora di cena. Provarono a lavarmi la faccia, a sfregarla con la paglietta di metallo che si usa per le pentole, provarono ad asciugarla con il fon...ma va...niente.
I miei rimasero attoniti, ma dopo qualche istante papà puntò un dito verso di me e incomincio a ridere: “Emiglio, Emiglio il verde sei diventato...tipo il romanzo dello Stefano Re!”
Che ridere eh, brutto stronco...ma alla fine risi anche io.
Nella disgrazia capii che ero unico, unico nel mio genere: Verde Pantone 354C...che classe.
Da quel giorno in avanti ero diventato un nuovo Emiglio, Emiglio il Verde. Così mi han chiamato e da quel giorno, come muschio e lichene io sono rinato, ma la parte triste è che nessuno di striscio mi ha mai più cagato.

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