Sullivan era seduto sul molo è ammirava con i propri occhi (occhio, scusate) quell'immenso vuoto che una volta ospitava il mare e che ora gli pareva l'infinito. Si rimboccò le maniche della camicia, faceva più caldo del solito quel giorno; il vento torrido gli sferzava i corti capelli grigi scolpendoli a suo modo, come un parrucchiere che ha appena aperto la bottega dove prima faceva il salumiere.
Bé, non poteva mica sperare di avere un'acconciatura alla moda, era già tanto se era riuscito a sopravvivere in questi 103 anni.
Il suo occhio azzurro destro lo sapeva bene, quello sinistro invece se ne era andato tempo fa, colpito da un detrito ed esploso come un chicco d'uva; se ci pensava sentiva ancora il dolore.
Ormai in quel mondo bisognava fare affidamento solo su se stessi perciò aveva sopperito al danno a suo modo. Ora, a sostituire l'occhio c'era una pallina di gomma, di quelle che rimbalzano, trovata in uno di quei distributori che si vedono fuori dalle tabaccherie, era rossa ed era l'unica disponibile, dopo averla lavata per bene con acqua e sapone, ci disegnò sopra un cerchio azzurro per simulare il colore dell'occhio buono, anche se in realtà non era proprio la tonalità giusta.
Il caldo di quei giorni era diventato insopportabile con i venti nucleari che soffiavano insistenti e mugugnavano tra le strade vuote e le macerie, spingendo nuvole di sabbia e polveri radioattive, ma a Sullivan questo non nuoceva, dava fastidio certo, ma non gli nuoceva affatto. Non sapeva come, ma era resistito all'unica ed ultima guerra nucleare del pianeta Terra e nella sua città non era rimasto più nessuno: “Popolazione 0.000.001”. Così aveva scritto nel cartello di benvenuto cambiando il nome della città in “Sullivan City”. Non molto originale, ma caspita se si divertiva.
Si era dato pure un soprannome “Lonely Sullivan”, lo faceva sentire uno di quei personaggi fighi dei film d'azione dei lontani anni '80.
Negli anni dopo l'attacco nucleare, aveva vagato in lungo e in largo nella sua cara città, ma non c'era più nessuno. Nessun uomo, nessuna donna o bambino, nessun cane, nessun gatto, nessun barbone...nessuno! Completamente sgombra da forme di vita.
Ormai a quell'età i ricordi stavano sbiadendo uno ad uno nonostante il corpo fosse ancora quello di un sessantenne, ma si ricordava ancora su che pianeta poggiava il culo, la Terra, si ricordava che le nazioni, le città e i popoli non esistevano più, alla faccia dei potenti, pensava e, quando ci pensava, scoppiava a ridere ricordando tutte le chiacchiere che quei palloni gonfiati sparavano nei comizi e nei talk show.
Ora viveva in un mondo fatiscente dove i giorni e le notti erano tutti uguali, monotoni e grigi. Da diversi anni almeno si era cominciata a vedere nuovamente la luce del sole, ma la notte era totalmente buia.
La luna non illuminava più il cielo, era solo un lontano ricordo, ma il ricordo del giorno della sparizione del satellite era vivo in Sullivan. L'anno prima del “Reset”, così chiamava il giorno in cui la terra fu annientata, la luna venne distrutta da un attacco kamikaze di dimensioni pazzesche, frutto malsano di qualche mente bacata e guerrafondaia dall'ego smisurato e tutto successe in pochi secondi. Terribile.
Nella notte buia si doveva trovare riparo dalle strane creature contorte che agivano nell'oscurità; Sullivan non li considerava esseri viventi, erano troppo strani per essere classificati a quel modo. Poteva sentire i loro occhi addosso, i loro respiri affannati, i loro passi leggeri e ticchettanti, ma soprattutto sentiva la loro puzza. Caspita se puzzavano. Il suo posto sicuro era una vecchia villetta di qualche famiglia ricca che ormai non esisteva più se non su qualche foto che Sullivan aveva deciso di seppellire nel giardino in segno di rispetto.
La villetta, quasi completamente intatta, fu facile da riparare ed era perfetta come protezione da bestie mutate o dal clima violento.
La distruzione della Luna causò un altro disguido non da poco. In alcune zone infatti, svariati detriti caddero sulla superficie terrestre causando ulteriori disastri. Uno di questi cadde proprio poco distante da quella villetta, creando un grosso cratere che negli anni formò un florido giardino incontaminato che dava vita ad una sorgente di acqua purissima, lo aveva chiamato “Eden”. Che fantasia, direte voi. Bé provate a restare soli per tutti quegli anni e poi mi fate sapere.
Le giornate di Sullivan passavano più in fretta in mezzo a quello splendido giardino ricco di frutti e acqua fresca, perfetto per riprendersi dalle giornate passate alla ricerca di qualcosa o di qualcuno.
Ma sappiamo tutti che in questo genere di storie, prima o poi succede inevitabilmente qualcosa di inevitabilmente inevitabile che spezza la triste routine del protagonista.
Durante il pomeriggio di un giorno a caso (ora e data ormai non avevano più senso e comunque gli orologi avevano smesso di funzionare e i giorni vennero dimenticati dalla mente di Sullivan).
Ecco spiegato il motivo. Tempo fa, il prode sopravvissuto aveva deciso di disegnarsi sul polso un orologio con tanto di cinturino in pelle e ad ogni minuto, più o meno in maniera precisa, cancellava e disegnava la posizione della lancetta. Al di là del fatto che la pelle subiva i traumi di svariati “cancella e riscrivi”, irritandosi in modo fastidioso, il guaio era che a volte si dimenticava di scrivere e quindi perdeva velocemente il senso dello scorrere del tempo.
Ma torniamo a quel “durante il pomeriggio di un giorno a caso...” dove il nostro eroe se la godeva nel suo Eden mangiando frutta e bevendo acqua purissima.
Tutto d'un tratto sentì uno strano verso e subito pensò a qualche animale orribilmente mutato, non era di sicuro una novità. Prese il suo fucile, la sua spada minuziosamente affilata e si incamminò nella direzione del rumore.
Notò che il verso, simile a quello di una rondine rauca implume, proveniva da un grosso cespuglio di bacche.
Si avvicinò e notò due piccoli occhietti gialli che lo guardavano impauriti. Sullivan si intenerì al punto da tirare fuori il piccoletto che era rimasto incastrato tra i rami, lo guardò e notò il folto manto di pelo arancione, le orecchie simili a quelle di una lince e la bocca munita di piccoli denti affilati.
Era carino e decise di tenerselo stretto stretto. Nella notte sentì un lamento provenire dal cesto in cui aveva messo Pastella, così decise di chiamarlo. Andò subito a vedere svegliandosi da un pacifico sogno in riva al Pacifico e belle donne.
Controllò Pastella e vide che si stava contorcendo emettendo quel fastidioso verso di rondine rauca implume.
Non credeva al suo occhio. Quel tenero cucciolino cominciò a crescere, a crescere e a crescere. Dapprima gli crebbe il pelo, poi le zampe e la bocca ed infine tutto il resto. Era diventato enorme, così grosso che distrusse la sala e il tetto della casa. Sullivan prese tutto il possibile per fermare quella bestia che ormai, senza controllo, stava per annientare qualsiasi cosa ed ora puntava a lui.
Sullivan sorrise, tanto non aveva più paura di nulla, anzi, era la paura che doveva avere paura di lui. Sorrise di nuovo, chiese scusa a Pastella e gli diede un pugno così violento sulle tibie che subito lo atterrò. Questo però non bastò. Così Sullivan corse fuori poco prima che Pastella potesse rialzarsi.
Il mostro zoppicò verso di lui e con un bel balzo si buttò sopra a Sullivan, ma poco prima dell'impatto, Sullivan vide il mondo rallentarsi, vide Pastella in slow motion e proprio lì gli venne l'illuminazione, come se fosse entrato in un altro reame, un reame mistico pieno di palline pazze di gomma di tutti i colori. Caspita, avrebbe potuto cambiare colore di pallina ogni giorno, un sogno. Più in là in quel reame mistico vide il Pacifico, calmo e pacifico che lo chiamava ad entrare nelle sue acque fresche, vide la Luna, grande nel cielo che gli sorrideva e lo illuminava e poi vide donne bellissime che facevano ciò che lui amava fare prima di quel disastro: pescare.
Ed è lì, in quel reame mistico che gli venne l'idea che Pastella non era più il nome adatto per quel coso grosso ed informe.
Prese il fucile a pallettoni esplosivi, uno di quelli con quei bossoloni che fa saltare in aria tutto quanto, lo caricò; poi prese la spada, ci legò sopra svariate cartucce esplosive sull'elsa e la infilò con la punta dentro alla canna del fucile quel tanto che bastava da far partire la spada tramite l'esplosione generata all'interno della canna, solo successivamente sarebbe partito il proiettile.
Degno di un pazzo McGiver. E gli piaceva così!
Puntò l'arma verso il mostro che ormai era a pochi metri da lui, sospeso in aria dal flashback di qualche riga precedente, ma prima di premere il grilletto disse solo un nome in mezzo ad una frase da duro: “Purè, ecco il tuo nome. Ecco ciò che diventerai.”
Il colpo partì, insieme alla spada che trapassò l'aria, rompendo il muro del suono. I raggi del sole si infransero sul purissimo acciaio levigato, illuminandola di oro sfavillante.
Sullivan balzò indietro con tutta la sua agilità. La spada affondò nel corpo di Purè, cogliendolo di sorpresa, il proiettile arrivò subito dopo come un tuono dopo il lampo facendo scoppiare le altre cartucce ormai all'interno del grosso bestione che esplose in mille pezzi mollicci. Purè. Mai nome fu più azzeccato.
Sullivan non gioì in tutto questo. Anche se quell'animaletto era rimasto per poco tempo con lui, si era abituato a non stare solo. Si ripulì da qualche brandello di carne e sangue e se ne tornò nel suo Eden, solo sulla sua sdraio a bere tè freddo. Guardò il cielo sopra di lui, si sentiva “Lonely” e mai soprannome fu più azzeccato. Ormai ci aveva fatto il callo.
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