Ho sempre amato l'estate. Il caldo, le vacanze, le t-shirt colorate, i giri in bicicletta e le lunghe camminate fino al tramonto.
Ma la cosa che amavo di più, e il verbo al passato non è scritto per caso, più avanti lo capirete a vostro discapito purtroppo, erano le vacanze al mare.
L'estate che ricordo meglio è stato l'anno in cui finii l'università.
Quell'estate fu la prima vacanza in cui non dovevo pensare a nulla e tanto meno al fatidico mese di Settembre perché decisi di prendermi un anno sabbatico. Decisi così di partire verso le spiagge della costa, senza una meta precisa. Avrei vagato fino a che non avrei trovato il posto che mi avrebbe più colpito.
Tirai fuori dal garage il mio bel maggiolino rosso cabrio, praticamente nuovo di zecca, caricai la valigia e lo zaino, partendo elettrizzato da quella nuova avventura in solitaria che mi stava aspettando con la buona benedizione dei miei genitori: il solito “stai attento per strada Gianmarco” e il classico “chiama quando arrivi”.
Purtroppo però, siamo soliti a prendere alla leggera i consigli dei genitori e a quell'età li dimentichi facilmente.
Appena uscito dal vialetto di ghiaia della villetta dei miei, la mia testa era già volta verso la spiaggia, sulla riva del mare e magari con qualche buon amico trovato in loco o, meglio ancora, una bella ragazza dalla pelle baciata dal sole.
Ok, meglio tornare sulla terra. Va bene qualche buon amico, ma sulla ragazza non esageriamo.
Sono sempre stato bravo a trovare buoni amici, ma una frana totale con le ragazze, tanto da farmi affibbiare il soprannome di “Gian Solo”.
Ma non me ne frega niente, vivo bene lo stesso e anzi, forse anche meglio di tanti miei coetanei schiavizzati da una ragazza egoista ed egocentrica.
Passai le soleggiate campagne del mio paese accompagnato dal buon vecchio “glam” sparato dalle casse dell'auto. Arrivato in città, la via per arrivare alle autostrade era facile e breve. Ci misi pochi minuti ad immettermi in autostrada, senza fretta, volevo godermi il viaggio e a pensarci ora, avrei sperato che non finisse mai per non raggiungere quel maledetto posto.
Mi fermai in un autogrill per uno spuntino. Con il buon vecchio camogli si va sempre sul sicuro.
Al bancone sentii un ragazzo e una ragazza, probabilmente fidanzati, conversare con un attempato camionista alto e robusto che indossava una maglietta rossa sbiadita, apparentemente vissuta dal tempo e dai molteplici lavaggi.
Questo tizio raccontava di un piccolo ma pittoresco paese sulla costa, un piccolo borgo antico dove passare qualche giorno in tutta tranquillità, visto che apparentemente non era molto frequentato dai turisti. Continuava dicendo che in quel posto le spiagge erano libere, coperte di sabbia fine e bianca, nessun sasso o ghiaia a torturare la pianta del piede e ottima cucina locale a base di pesce fresco. Bingo! Il posto perfetto. Peccato che era molto lontano e io mi ero raccomandato di non guidare troppo a lungo.
Continuò elogiando quel borgo per poi fermarsi, guardare fuori come ipnotizzato per un paio di secondi. Riprese il discorso e continuò dicendo che l'unica cosa da non fare in quel posto era raccogliere conchiglie.
La coppia sorrise a quell'affermazione, ma il camionista, mentre si allontanava dal bancone, li ammonì subito e con sguardo serio gli impose di custodire quelle parole come un tesoro.
Ok, questo era un altro di quei pazzoidi che si divertiva a spaventare i vacanzieri. Che vada a quel paese, lui e le sue storie farlocche.
Uscendo dall'autogrill vidi la coppietta che ancora se la rideva per quella storia stramba, lo feci anche io, ovvio, ma a pensarci ora, era meglio non scherzare su questa cosa.
Avrei davvero voglia di dirvi tutto,
subito, ma è giusto raccontare le cose come sono andate, passo
passo, finchè la mia mente è ancora abbastanza lucida.
Percorsi qualche altro chilometro in autostrada. Alla prima uscita decisi di imboccare la strada panoramica tra i borghi e le città sulla costa, molto meglio per i miei gusti; non amo molto la frenesia dell'autostrada.
Colpo di fortuna, tra l'altro, visto che proprio pochi istanti prima alla radio avevano comunicato che sul tratto di autostrada che stavo seguendo, un mezzo pesante si era ribaltato bloccando il traffico.Sollevato di aver preso la decisione giusta, tra un paese e l'altro, giunsi su un tratto poco trafficato con qualche albero qua e là sul ciglio della strada, a sinistra il mare scintillava sotto il caldo sole estivo. L'aria era più pulita lì e l'odore di salsedine arrivava delicato alle narici mescolato con un profumo di fiori ed erba tagliata. Invitante.
Superai un cartello a lato della strada principale con su scritto “Borgo Rio”. Fermai la macchina, scesi e rimasi estasiato dal quel paesello pittoresco.
Questo fu lo sbaglio più grande.
Guardai l'ora, erano trascorse almeno più di due ore da quando lasciai l'autostrada, eppure mi ero detto che non avrei viaggiato così lontano. Chiamai subito i miei, tranquillizzandoli che era tutto a posto.
Andai in un piccolo ristorante, non doveva essere un posto frequentato dai turisti perché all'ora di pranzo non c'era praticamente nessuno a parte un uomo robusto e solitario seduto ad un tavolo e una donna con un bambino, entrambi sorridenti, al bancone in procinto di pagare il conto.
Il cameriere mi invitò a sedere vicino alla grande finestra del salone dove si godeva un'ottima vista sulla piazzetta principale; poco dopo tornò con il menù.
Mentre attendevo l'arrivo delle portate, vidi l'uomo solitario che si alzò dal tavolo, era voltato e mi dava le spalle. Con mia grande sorpresa notai che era il camionista che avevo visto all'autogrill. Tu guarda le coincidenze, pensai.Mangiai in tutta tranquillità, non avevo per niente fretta; il cibo era ottimo, pesce fresco a volontà e il caffè altrettanto buono. Mi alzai e andai verso il bancone per pagare, complimentandomi per l'ottima cucina locale con il ridente proprietario.
Uscii dal ristorante e decisi di vagare per il borgo. A quell'ora non c'era anima viva in giro e ammetto che passando per alcune vie, strette e sinuose, mi sentii come seguito, osservato.Di colpo mi venne in mente il camionista. Lo avevo visto partire prima di me dall'autogrill, ma non aveva percorso la strada panoramica, lo avrei notato; sicuramente aveva continuato per l'autostrada, ovvio. Ma allora come faceva ad essere arrivato lì prima del sottoscritto se il tratto era stato bloccato da un incidente? Aspetta un attimo, ma a pensarci bene, dove aveva parcheggiato quel mezzo ingombrante? Sarebbe stato ben visibile in un posto del genere.
Ma che razza di pensieri, dissi tra me e me.
Cercai di non pensarci e camminai per il paese, era davvero molto pittoresco e tutto era rimasto come un tempo, avvolto nell'antichità caratteristica dei borghi di mare. Finalmente arrivai nei pressi della spiaggia, la strada scendeva fino ad una distesa di sabbia fine e bianca, non c'era traccia di sassi o ghiaia che invece, a pochi chilometri da lì, invadeva le rive del mare.
Fantastico. La spiaggia era libera e quando dico libera, intendo proprio sgombra da qualsiasi persona. Pensai che forse, vista l'ora e la poca gente, era del tutto normale.
Ora che lo racconto, se ci penso, rabbrividisco.
Mi tolsi le scarpe e camminai a piedi nudi verso la riva. La cosa che mi incuriosì più di tutte era un vecchio cartello di legno con una scritta di vernice bianca che diceva: “Riva Rio. Il paradiso delle conchiglie più particolari del mondo.” Strano, senza dubbio e sicuramente esagerato per far gola ai turisti. Sotto a quel messaggio, vi era inchiodato un altro piccolo cartello di legno, questa volta quello che c'era scritto era più un monito che una semplice descrizione: “Raccoglietele a vostro rischio.”
La scritta rossa sbiadita dal tempo, era stata probabilmente inchiodata sotto al cartello originale per mettere un pizzico di brio e mistero in ciò che i turisti potevano fare. D'altronde, in quel paese, non vi era molto per far passare il tempo.
Proseguii sulla spiaggia, il vento tiepido e le onde del mare davano una bellissima atmosfera di pace. Mentre avanzavo sulla finissima sabbia, cercavo invano qualcuna di quelle “conchiglie più particolari del mondo”, ma non ne trovai nemmeno una. Almeno il primo giorno.
Già, perché decisi di rimanere lì per tre giorni. Scelta sbagliata, ora posso dirlo.Alloggiai in un bed and breakfast da quattro soldi, l'unico nei paraggi, il cui nome era davvero originale: “La conchiglia del Rio”.
Quella notte ci fu un gran temporale e il vento faceva un baccano infernale. Come se non bastasse, in quel luogo si sentivano scricchiolii, piccoli tonfi e altri rumori che non mi davano pace. I lampi illuminavano la stanza, dando vita a figure oscure e deformi. Mi addormentai verso mattina e ovviamente mi svegliai tardi e con un gran mal di testa. Decisi di pranzare al volo e di tornare in spiaggia nel pomeriggio, dove mi sarei riposato. Il temporale aveva portato un po' di fresco e anche tante, tantissime conchiglie.
C'era più movimento quel giorno, soprattutto vicino al molo. Ricordo un gruppetto di persone che faceva avanti e indietro tra le vecchie botteghe e le vie scure. Tutto sembrava stranamente più cupo. Ricordo il cielo grigio, nuvoloso. Ricordo i ragazzi che raccoglievano le conchiglie portate dal mare in tempesta la notte prima.
Purtroppo ricordo tutto e lo ricordo come se fosse successo ieri.
Un bambino mi urtò con l'espressione ridente che avevano tutti in quel dannato luogo, mi guardò con quell'espressione deforme, scolpita da un sorriso innaturale, poi corse via ridendo. Sentii un grande sentimento d'odio, ma subito me lo feci scivolare via. Era solo un bambino, dovevo calmarmi.
Urtai qualcosa con il piede, volsi lo sguardo a terra.
Il ragazzino aveva perso una di quelle conchiglie. La raccolsi, mi stava perfettamente sul palmo della mano. Notai il guscio nodoso e nero dove sopra si infrangevano riflessi viola, blu scuro, mogano. Era splendida ed era davvero particolare come diceva il cartello.
Ma ciò che mi urtò l'anima, e non esagero, fu il momento in cui voltai quell'infausto frutto portato dal mare.Nella cavità dai bordi seghettati c'era avvinghiato qualcosa di strano, di pallido e viscido. In un primo momento poteva sembrare il mollusco ancora attaccato, ma non era così.
Ciò che vidi mi accompagnerà per il resto della mia vita.
La creatura avvinghiata al guscio era viva; aprì i suoi minuscoli occhi vuoti incastonati in quel piccolo cranio ingiallito e deforme. La parte superiore del corpo era scheletrica mentre la parte inferiore era infestata da vermi bianchi e giallognoli che come tentacoli, si muovevano freneticamente.
All'interno di quella conchiglia, dietro a quel piccolo essere immondo, una piccola tempesta di colori scuri danzava e vorticava in maniera ipnotica. La guardavo e non riuscivo a togliere gli occhi da lì.
Non ricordo cosa vidi in quel frangente, ma ricordo di essere stato via per lungo tempo.
Quando finalmente staccai lo sguardo da quell'oggetto orripilante, mi accorsi che era notte. Gettai la conchiglia in mare.
Il cielo era scuro, senza luna né stelle. Nessuna luce. Il mare era calmo, nero e guardandomi intorno notai che non c'era anima viva, nessuna voce in lontananza.
Decisi di tornare verso il centro, il borgo era completamente vuoto e abbandonato.
Per un attimo mi prese lo sconforto, ma camminando, mi accorsi che stavo veramente bene, anche il mal di testa mi era passato, la mente era sgombra e mi sentivo allegro e spensierato. Avevo voglia di cantare. Tutte quelle emozioni erano fuori posto.
Una parte di me voleva urlare, scappare via. Avrei voluto piangere, chiedere aiuto, ma mi sentivo soffocare l'anima e continuavo a sorridere in una maniera innaturale.
D'un tratto vidi una persona in mezzo al nulla. Era un omone con una maglietta rossa sbiadita seduto su un muretto a pochi passi da un lampione, unica fonte di luce nei paraggi.
Quando mi avvicinai, lui si voltò. Era triste e pieno di rabbia. Si alzò e venne verso di me. Vidi il suo volto smembrato come tutto il resto del corpo. Vidi il camion ribaltato in mezzo alla strada. Il camionista corse verso di me, urlando. Mi gettai a terra, sentivo la paura, ma non riuscivo a fare altro. Le emozioni erano bloccate come tutto il resto del corpo.
Quando riuscii a rialzarmi, era mattina ed ero in spiaggia, non c'era nessuno. D'un tratto sentii una voce oltre la riva, un grido che farfugliava strane parole. Mi gettai in mare, forse qualcuno aveva bisogno di aiuto.
Non trovai nessuno in mare, ma immergendomi trovai la conchiglia, ero sicuro che era la stessa trovata il giorno prima. Giuro che l'avrei lasciata lì, ma era così irresistibile. Doveva essere mia, mi chiamava con quel suo canto tetro, rio e irresistibile.
Sono passati molti anni da quel giorno, non so nemmeno quanti.
Ho perso il nome, l'identità, la ragione.
Ora sono sul fondo del mare, qui sotto, anche se urlo, nessuno può sentirmi.
Devo solo aspettare un'altra tempesta che mi riporti a riva e poi chissà se qualcuno si accorgerà di me, liberandomi finalmente da questi vermi, da questa tortura che mi dilania corpo e anima.

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