I - ORIGINI
Tanti, tantissimi anni fa, in un bosco dell'Italia centrale, viveva un giovane ragazzo dall'animo buono di nome Pio.
Questo ragazzo passava le giornate ad aiutare i suoi modestamente vecchi genitori senza lamentarsi.
La mattina presto dava una mano alla madre per preparare la colazione composta da ottima marmellata di prugne, latte fresco pastorizzato, cacao con quel gusto che ti tira un po' su e puoi partire alla grande anche tu e poi c'erano dei buonissimi biscotti, non biscotti qualsiasi, ma Plasmon che Pio amava tantissimo.
A metà mattinata invece, aiutava suo padre a raccogliere la legna per l'inverno.
Pio amava andare nel bosco con il suo papà per addentrarsi tra la vegetazione e gli alti alberi. Adorava la natura e quando era in mezzo a quel verde, pareva che la natura lo chiamasse, gli bisbigliasse. Questo, in parte, dovuto anche al suo nome: Pio, un nome che più naturale di così non si può visto che gli è stato dato dalla madre in onore del suo pulcino preferito.
Papà Adelmo però, vedeva suo figlio quasi come un estraneo, un mollacchione; non era concentrato quando tagliava gli alberi o quando spaccava la legna, si vedeva che era in un altro posto con la sua mente.
Il giovane si perdeva tra i versi degli animali e il fruscio delle foglie e non amava affatto far del male alle creature del bosco, piante comprese.
Adelmo invece era pronto ad inveire alla natura quando non gli offriva ciò che voleva, altrimenti non si sarebbero scaldati e non avrebbero mangiato e sarebbero inevitabilmente morti.
Il ragazzo cresceva passando la sua vita in quella sottospecie di baita nel bosco.
Amava leggere di santi e di eroi, di poeti e di politicanti, ma non ci capiva molto essendo lievemente analfabeta.
Una sera, dopo aver cenato con tartare di pane e pigne e aver sparecchiato la tavola come comandava il papà (ovvero facendo su con la tovaglia tutto ciò che era presente sul tavolo e sbattendolo fuori dalla finestra, sapendo che poi se ne sarebbe occupata la donna di casa), Pio decise di andare in camera sua. Si coricò a pancia in su, sopra a quell'enorme sacco-materasso comodo e poco morbido riempito con piume varie, ghiaia e pungitopo. Un vero toccasana per la sua schiena dolorante dalla fatica.
Amava fissare il soffitto di quella casa fatta di malta, muco e stercame vario, con tutta la varietà di crepe e muffe che lo facevano viaggiare per mondi di forme strane e confuse.
Era immerso nel suo viaggio, quando ad un certo punto sentì becchettare dolcemente sul vetro della finestra. Voltò la testa e vide che era un piccione gonfio e bitorzoluto dagli occhi pavidi e stanchi.
Lo fece entrare e subito quel delicato animaletto gli si posò su una spalla.
Per omaggiare quella lieta visita, Pio decise di prendere un chicco di tè e donarlo al triste volatile. Il bestio piumato e tremante ingoiò il chicco e subito si placò per poi esplodere in mille piume e pezzetti vari. Che magia.
Pio in quel momento si accigliò, ma tutto gli sembrò più chiaro nella sua mente.
Cacciò in una sacca un po' di vestiti e scese a salutare i suoi genitori, dicendogli che aveva una missione da compiere e non voleva più rimanere lì in quella catapecchia maleodorante.
I suoi la presero abbastanza bene, lo salutarono e una volta attraversata la soglia della porta si prese non una, ma ben due zoccolate di legno in testa. Il dolore fa parte della vita.
Scappò impettito e con il volto di pietra.
Dopo aver camminato fino a notte fonda, giunse nel maniero dei Cappucci Incappucciati, un ordine di fanatici che credevano molto nelle cose di tutti i giorni, cose naturali e tante altre robe.
Il ragazzo deglutì ferocemente per l'emozione e subito corse per la scalinata a profusione.
La scala scendeva di tanti, molti gradini fino a giungere davanti ad una porticina di legno dove ci si poteva entrare, come diceva la scritta incisa sul muro, “soltanto accucciati e a gamba tesa piroettando”.
Sopra la porticina c'era scritto anche un monito: “Entrati di qua, il Sacro Giudice Santi Licheni vi indottrinerà”.
Per l'emozione, Pio prese male uno scalino e si fracassò in mezzo alla porta spezzandola in 4 parti perfettamente identiche.
Uno dei Cappucci Incappucciati vide entrare il ragazzo e vedendo come aveva sminuzzato la porta in quella naturale parità di eguaglianza, si inginocchiò e pianse lacrime agrodolci.
Svegliò tutto il maniero e l'intero gruppo di Cappucci lo raggiunse con le loro toghe sventolanti color tonno.
“Che cos'è che ci sveglia? Mannaggia a te, Fater Poveglia!”
Fater Poveglia si asciugò le lacrime amare e disse al suo compare: “Mi scuso, sommo Fater Astruso, ma punti questo giovane col suo sguardo, senza dubbio costui è gagliardo.”
Fater Astruso pensò dubbioso: “chi mai poteva esser' quel tanghero odioso?”
“E va bene, stolto Poveglia, chiamiamo Santi Licheni, che si dia una sveglia.”
Il Poveglia si avvicinò al ragazzo, muso a muso, ma vide che era svenuto, in disuso.
In men che non si dica arrivò Santi Licheni che a malapena udiva per via dei suoi acufeni.
“Santo Vischio, ma cos'è 'sto prepotente fischio?”
Tutti in silenzio, erano esterrefatti. Soltanto uno si avvicinò con i suoi occhi matti.
“Non ci faccia caso, sommo Licheni, il fischio che ode sono i suoi acufeni.”
Santi Licheni ci pensò un secondo, era più sveglio quando era giovane e biondo.
“Ah, davvero Fater Maresca, la mia mente oramai non è più acqua fresca.”
Pio in quel momento si era svegliato, guardava tutti con sguardo accigliato.
“Che botta sul mento! Cosa ci faccio sul pavimento?”
Si avvicinò il Sommo Licheni, zoppo e croccante di vecchiaia che ad ogni passò rumoreggiava di ghiaia.
“Giovanotto, tu sembri sveglio, qui mai nessuno è entrato più meglio.”
Il vetusto Licheni si voltò verso Astruso: “Presto, nella stanza multiuso!”
Astruso non capiva: “Ma Sommo Licheni, in quella stanza facciamo atti osceni!”
“Non preoccuparti di quello che c'è, ho già lustrato pure il bidè.”
Astruso portò via il nuovo arrivato con passo incerto e pure sciancato.
Passarono per un corridoio stretto e scuro, dove a malapena ci passava un paguro.
Astruso aprì l'unica porta presente in mezzo alle mura colme di niente.
“Entra ragazzo e non far complimenti, in questa stanza troverai pan per i tuoi denti.”
Il Fater se ne andò, lasciando Pio a pensarci un po'.
“Questa stanza è più grossa di casa mia. Quattro metri per tre, mamma mia!”
Pio era felice e sapeva il perché. Ora poteva usare pure un bidè.
Aprì un cassetto e trovò della buona grappa.
Quella notte ronfò come una motozappa.
I giorni passarono davvero veloci tra studi, grappini e prove feroci.
Pio era finalmente Cappuccio Incappucciato e dopo quindici anni, dal maniero se ne era andato.
Raggiunse borghi, paeselli e città, ormai lo conoscevano da qui all'aldilà.
Fater Pio era diventato, e il suo cammino era appena cominciato...
II - LA MISSIONE
Così aveva previsto Fater Santi Licheni, lo aveva sentito nel fischiar dei suoi acufeni.
Il prescelto è tornato, Fater Pio è il nominato, dai Cappucci Incappucciati inviato.
Ha un compito che è una batosta: portar pace e bene senza sosta.
“Che sia come il Papato?” Si chiedeva un paesano pelato.
L'oste Ninetto rispose subito di schietto: “No, amico mio! Questo è Fater Pio, l'uomo più vicino a colui che chiami Dio!”
Il pelato, Albertone, svenne a sentir quel nome.
Tutti in paese cadevano all'istante, scoprendo chi era il Sommo Officiante.
Gli anni di Pio passavan beati, in quel paesello di svitati.
In poco tempo convertì maschi, femmine, bambini e non dimentichiamo i netturbini.
Tutti udivano la chiamata del Prete, tranne uno, il signor Ermete.
Nel paesello era visto come un vecchio monello.
Passava per le vie elargendo imprecazioni, tenendosi bene a bada da tutti quei sermoni.
Fater Pio lo scrutava. “Prima o poi dovrò agire”, pensava.
Un Giovedì di Febbraio, Pio era in chiesa in un bel ginepraio: le ostie contava, ma il conto non tornava; assaggiava il vino, ma questo era alcalino; provò a consolarsi nelle donazioni: poche monete, tante delusioni.
“Mannaggia le trote!” Se ne uscì il Sacerdote.
Poi dal portone sentì una forte imprecazione.
Subito si alzò dalla poltrona e corse a mirar che c'era in zona.
Chi volete che sia, se non Ermete con la sua aerofagia?
Pio lo aveva visto quel vecchio tristo. Ora era il momento di agire, di farlo convertire.
“Salve Ermete”
“Buongiorno Mastro Prete”
Pio si avvicinò e negli occhi gli scrutò.
“Vecchio e molle bigolo, perché bestemmi sempre all'Idolo?”
Ermete si sentì infuriare.
“Osi dirmi che son da buttare?”
Il Pio sentì la rabbia del vecchio e subito prese uno specchio.
“Ammirati vecchiaccio. Sei brutto, vetusto e con i denti a casaccio.”
Ermete si guardava e una lacrima il viso gli rigava.
“Hai ragione Sacerdote sventurato. Guarda bene, sono pure pelato...”
Fater Pio lo derideva dietro a quello specchio: “Ammazza se sei stravecchio”
Ermete era cupo in viso, Fater Pio decise di omaggiargli un sorriso.
Per Ermete il bestemmiatore, quel sorriso fu pieno di ardore.
Niente fu più bello di quel sorriso di denti a martello. Pio era circondato da luce gialla ed il paesano tremava come una farfalla.
Era tutto così emozionevole che Ermete cominciò a sentirsi colpevole.
“Forse è un miraggio?” Pensò “Oppure Pio è come un amorevole raggio?”
Al fin di tutto questo, Ermete pareva più onesto.
Ma Pio non aveva concluso. “Vieni con me, vecchiaccio ottuso.”
Andaron sul sagrato logoro, grigio e molto muschiato.
Fater Pio non disse nulla, leggiadro come una fanciulla.
Ermete aspettava, chissà cosa capitava.
Il Sacerdote, di saio vestito, mise una mano in tasca con fare agguerrito.
Estrasse dei chicchi di numero non preciso, ma quelli di tè, mica di riso.
Li lanciò sul sagrato: “Guarda bene vecchio sfrontato.”
Dopo grande aspettazione, atterrò un bel colombone.
Il sagrato era coperto di piccioni e la gente guardava con occhi pieni d' allucinazioni.
“Che succede Sommo Pio?” chiese Albertone pien di brio.
“Aspetta e vedrai.” Esclamò il Fater guardando i calzolai.
I piccioni cominciarono a beccar lieti quei chicchi di tè, quieti.
Forse passò un secondo, forse due. Tutti i piccioni diventarono grassi come un bue.
Poi, per divina e misteriosa ragione, esplosero tutti come un gavettone.
Il sagrato fu una festa di piume e niente più, né sangue, né interiora, né ragù.
Ci fu un gran boato, tutta la gente corse sul sagrato.
Ermete fu esterrefatto nel carpir il potere di quel misfatto.
Fu felice e beato, per l'emozione parecchio sudato.
L'altra gente ringraziò Pio con allegria veemente, tanto che il Fater non riuscì a dire niente.
Le campane suonarono a festa, quello fu un giorno di grazia mesta.
Il sindaco del paese era estasiato: “Caspita! Dai piccioni ci hai liberato!”
Fu festa tutto il giorno tra ostie, vino e salse di contorno.
Quel giorno come sacro fu ricordato, per questo motivo nome non gli fu mai dato.
La storia si tramandò di generazione in generazione, pure Ermete si diede all'orazione.
Il giorno che Fater Pio lasciò il paese, le anime dei paesani furono offese.
“Non amareggiatevi fratelli,” Disse Pio mostrando i polpastrelli, “il mio amore per voi è granitico, vi penserò quando sarò stitico.”
Che festa, che tripudio di ovazioni quando Pio pronunciò quei bei frasoni.
Così il paesello fu epurato, forse un poco lobotomizzato, ma la missione di Pio era quella, mica ballar la tarantella.
La storia finisce qui, ma Fater Pio è solo andato via da lì.
Dove una storia va a terminare, un'altra sta per cominciare.
Le origini son passate, le missioni al paesello attuate.
Ora resta un uomo, forse un paladino, magari un nostromo o addirittura un divino.
Nulla ci è dato sapere, ma qualcosa si può intravedere.
Sommo Licheni un giorno disse: “Io di sicuro non ho vibrisse, ma Pio è colui che l'Idolo scrisse.”
Nel ponderar su queste parole, Pio intanto consuma le suole.
Cammina, cammina chissà dove è arrivato; qualcuno lo ha visto su un altro sagrato.
III - ELEVAZIONE
Fater Pio è tornato, non ve lo sarete mica dimenticato?
Ha attraversato strade e stradine, senza mappa né cartine.
Dal paesello lui è partito, povero, ma riverito.
Da tempo è ormai giunto in una città lontana, piena di gente stupida e malsana.
È sempre Fater, ma di grado è salito, ora è ancora più riverito,
adesso le sue dita son costellate di anelli e sul cappello brillano pietre e gioielli.
La scalata verso il potere è faticosa, dubbia e lucrosa,
la vita da umile non faceva più per lui, voleva un posto più in luce, via dai luoghi bui.
La storia dell'aver convertito il paesello si è sparsa a velocità di battello, la gente lo guarda, lo saluta e lo ammira, di belle parole ogni giorno lo stira.
Il Fater adesso è proprio beato mentre grida i sermoni nella cattedrale di San Pepato.
“Ci siamo quasi” Pensava ogni dì, “Presto sarò ancora più importante di così!”
Dopo le epiche messe riceveva complimenti, denaro e lussuosi paramenti.
Mancava poco alla conversione di quel miserabile luogo di perdizione.
La città di Vinburlè non era nota per dolcetti e tè; giravano soldi sporchi, donnacce e uomini orchi; alla fede poco attaccati, ma a braccetto con i peccati.
Un giorno, Pio era sul sagrato e guardava la gente disgustato.
“Che schifo che fanno questi balordi, urge intervenire, prima che sian' troppo lordi!”
Si mise a danzare sopra i gradoni, richiamando a se sempre più piccioni.
Mise le mani in tasca, ma i chicchi di tè eran' finiti, o forse, non erano mai esistiti?
Doveva escogitare un altro stratagemma per convertir la folla senza dilemma.
Gli venne così in mente un ballo, uno di quelli che aveva visto fare a Fater Gallo. Quel vecchiardo era molto bravo a danzare, tanto che la testa ti faceva girare.
“Dunque vediamo...come erano i passi?” Pensava il Fater contando a terra i sassi.
In pochi minuti diede vita ad un ballo saltellando a destra e sinistra come Fater Gallo.
Tutta la gente si fermava a guardare quel vecchio Fater intento a ballare.
“Guarda che tosto!” Diceva la gente che cominciava a ballare senza far niente.
“Sto danzando pur io! Sembro il pulcino Pio!”
D'un tratto dal furbo Fater Pio uscì una luce con tanto di stridio.
Le persone vedendo la luce, smisero di avere uno sguardo truce, adesso erano beati e dallo stridio dorato coccolati.
“C'è poco da fare davanti a tutto questo...” Disse un signore dal bastone lesto.
“Questo è un miracolo!” Lo vedeva pure una donna dal suo abitacolo.
Fater Pio rise di gusto, era felice di quel miracolo angusto.
Tutta la gente adesso si faceva guidare e il Fater li portò fino all'altare.
Lì, cominciò a dir la funzione e la gente lo seguiva con perdizione.
Ormai era tutto fatto, in città non ci sarebbe stato più un misfatto.
Adesso i Vinburlè abitanti non erano più arroganti, erano come pecorelle che seguivano il loro pastore con forza e con ardore. Fater Pio aveva creato una schiera di fedeli, lobotomizzati dai subdoli vangeli.
Passarono le settimane, i mesi e a Vinburlè tutti si erano arresi.
Ma uno solo era scampato, il più perfido di tutti, il vecchio prelato.
Un dì d'Aprile fece visita al Fater sul campanile.
“Orsù Faterino, credi davvero d'esser divino?”
Fater Pio si voltò verso il prelato che era vecchio e marcio sudato.
“Caro il mio vecchio cardinale, sei fesso, brutto ed antidiluviano. Io miro a diventar divino come il Sommo Serafino. Farò di tutto e anche di più, se necessario da questo campanile ti butterò giù.”
Il ghigno del prelato si fece più largo e sguaiato. Prese Fater Pio alla gola, strappandogli la stuola.
“Tu non provar a diventar ciò che volevo, o finirai come il mio vecchio allievo.”
“Questa collera non ti salverà! Continua così e ti spedisco all'aldilà!” Con queste parole, Fater Pio estrasse dalla tasca due nocciole.
Il prelato fu davvero meravigliato. “Che vuoi far Fater donzella, le vuoi tritar fino a farne Nutella?”
Fater Pio rise a quella provocazione e il prelato gli mandò una maledizione.
“Caro prelato so che sei fine di palato. Queste nocciole son benedette niente popò di meno che da Mater Susette.”
A sentir quel nome, il prelato si fece gaio. “Se non le mangio, potrebbe essere un bel guaio...”
Il vecchio cardinale si avvicinò a Pio, che gli porse le nocciole con tanto brio.
“Tieni vecchio fratello, con queste, l'animo ti diventa più bello.”
Il prelato le prese con avidità e le ingoiò in un colpo solo, voilà!
“Ora ho acquisito altri mistici poteri e da Vinburlè ti faccio portar via i tuoi due sederi.”
Fater Pio era confuso. “Di sedere ne ho uno, prelato bevi grappe, quelle che tu intendi si chiamano chiappe.”
La confusione si aizzò nel prelato che le nocciole aveva ingoiato. “Caspita! Le ho ingoiate entrambe, se tu me le hai offerte dovevamo dividerle per gambe.”
Fater Pio rise di gusto, ancora una volta ci aveva visto giusto.
“Prelato vecchio, hai voluto fare il furbo e io ti punzecchio.”
Il vecchio cardinale cominciò a perder gioielli, pagati nel tempo da molti bambinelli.
Gli si consumarono vesti e bande, ora era solo un vecchietto in mutande.
“Fater Pio, ora sei più forte, a te si apriranno tutte le porte. Di luce dorata ti infonderai e sarai più potente di chiunque mai.”
Fater Pio lo sapeva già, Santi Licheni lo aveva predetto colà.
Il prelato se ne andò triste, sconfitto e con la voglia di fritto misto.
Il Fater guardava l'orizzonte e una luce gli si appoggiò sulla fronte.
“L'Idolo ti sta parlando, ora ascolta il mio comando!”
Fater Pio non ci credeva, era davvero Colui che ti eleva?
“Sommo Idolo, mi prostro al tuo potere. Sono pronto al tuo benvolere.”
L'Idolo rise come un matto, sembrava un tuono catafratto.
“Il tuo tempo è quasi giunto, ma devi fare ancora qualcosa di unto.”
Fater Pio non l'aveva presa bene, ma rimase tranquillo: “In fondo mi conviene.”
L'Idolo continuò, ora sembrava la voce di Dario Fo.
“Da qui te ne devi andare, sei stato bravo, mio compare. Hai convertito molti balordi, ora son stupidi come dei tordi.”
L'Idolo sparì dopo quella frase e a Fater un sentimento d'ira lo pervase.
“Porca miseria, con tutto quello che ho fatto dovrò aspettare ancora insoddisfatto.”
Prima di andarsene scelse due prodi fedeli, li unse con uova e piccoli peli.
Ora eran pronti a seguir le su orme, ma Fater sapeva che era lui l'abnorme.
Vinburlè era ormai alle spalle, tutti lo salutarono con festoni e farfalle.
“Evviva il Sommo Pio.” Urlavano con brio.
Fater Pio si allontanò e i chilometri macinò.
Il Sommo Licheni, ormai vecchio anche per i suoi acufeni, lo predisse di nuovo. “Fater Pio ci donerà un mondo nuovo.”
Queste, del Licheni, furono le ultime parole che disse prima di spirar senza dolore.
Inizia una nuova missione, ora che è Sommo ha meno preoccupazione.
Adesso è sempre più vicino al divino e presto diventerà dell'Idolo il Serafino.
Manca solo un posto da cui estrapolare il conio, tutti la chiamano “la Città del Demonio”.
Ora che sapete dove si svolgerà la prossima storia, non credete che sarà facile, per Fater Pio, cantar vittoria.
Lo avevano predetto le Sacre Scritture: “Più si va avanti e più le sfide son dure.”
IV - IDOLO
“Impossibile, non posso...” Disse Pio massaggiandosi un osso.
La Città del Demonio non era una vacanza, Fater Pio aveva perso la sua arroganza.
Pensava di porre fine a quelle abitudini senza freno che lo facevano venir meno.
Ne aveva viste nella sua vita, così tante che non ci stavano sulla punta delle dita, ma adesso, questo era troppo, lì c'era persino gente che si sballava di sciroppo.
Doveva intervenire perché lui era Sommo e quelle pene doveva lenire.
“Come posso fare?” pensava, mentre del buon vino sorseggiava.
Poi d'un tratto gli balenò un'idea, malsana, dubbia e anche un po' babbea.
Intanto in pochi istanti, l'Idolo gli apparve davanti: “Oh Fater, ormai sei in Escalation, molto presto arriverà la tua Divination!”
Fater Pio era contento, con queste parole gli passò l'abbacchiamento.
“Bene!” disse il Sommo Pio “Arrivo, città dimenticata dall'Idolo mio!”
Uscì di corsa giù per i gradini investendo anziani, piccioni e gattini. “Attento! Orco boia!” Gli gridò un vecchio vestito di stuoia.
Fater Pio corse verso il centro della piazza e da sotto la tunica tirò fuori una mazza.
“Con questa vi percuoto le anime, gentaglia pusillanime!”
Gli abitanti molto adirati, si voltarono a lui con occhi incendiati.
Il Sommo Pio era pronto con la mazza dorata che era un dono di Mater Pelata, sapeva che era un'arma di Sua Santità e per questo andava usata senza pietà.
La gente corse verso di lui per picchiarlo, ma con la mazza che brandiva, non riuscirono a fregarlo.
Le botte con la mazza dorata rendevano la gente abbagliata e senza dolore e nemmeno un lamento, gli abitanti balordi rimasero di cemento.
La luce dorata si era espansa da nord a sud, nessuno la scansa.
La Città del Demonio era stata epurata, punita, ma non sacrificata.
La gente adesso non aveva più una mente e al Sommo Fater era diventata obbediente.
La funzione in cattedrale fu un evento storico, non vi era più bisogno dell'acido solforico.
La sera arrivò feroce, mentre Pio pregava davanti alla croce. D'un tratto, aprendo gli occhi, vide il Sommo Licheni che apparve dopo 12 rintocchi.
“Fater Pio, ci sei riuscito, un grande dono hai acquisito!”
Il Sommo Fater non ci credeva, ma rispose come un usignolo in primavera: “Grazie Santi Licheni. Come vanno nell'aldilà, i tuoi acufeni?”
Il Licheni rimase impietrito: “Acufeni? Mai sentito!”
Fater Pio ci pensò su: “Questo pensa che io sia un cucù!”. Quello non era Licheni in forma di fantasma, ma il Demonio fatto di ectoplasma!
“Demonio balordo, fatti vedere, così senti come ti calcio il sedere!”
Il Demonio se la rise, come fa di solito, non temeva le divise e nemmeno l'accolito.
“Bene, Fater vecchiaccio, tu mi ha scoperto e io ti schiaccio!”
Il Sommo Fater aprì il gilè e tirò fuori un bel chicco di tè.
Il Demonio rimase interdetto: “Sono allergico a quello, chi te lo ha detto?”
Fater Pio non disse una parola, saltò in alto e fece una capriola.
Prese la mira dall'alto, tutto era più lento durante quel salto.
Il Demonio gridò di prepotenza, ma Fater Pio mirò con coerenza. Il chicco di tè viaggiò senza sosta dentro la bocca di quella bestia tosta.
Il Demonio non ci credeva e dal dolore si contorceva. La luce lo fece brillare e in pochi secondi lo fece accartocciare.
Del Demonio non rimase traccia, quello ormai, non era più una minaccia.
Il Sommo Pio rimase senza parlare e le orecchie cominciarono a fischiare.
Apparse l'Idolo, colui che tutti adora e che i Sommi di oro colora.
“Bravo Sommo Pio. Questa era la prova più dura, lo sai figlio mio?”
Pio rispose nervoso mentre il suo sedere era sempre più rumoroso.
“Certo, lo so, Idolo dorato. Questa città era il piatto più prelibato.”
“Ora che tu hai convertito tutti quanti, di seguaci paganti ne abbiam' proprio tanti!”
Era vero. Con tutti quei dannati acquisiti, potevano d'oro andare vestiti.
“Ora vieni, o caro Sommo Pio, il tuo tempo sarà di fianco al mio.”
Fater Pio non rispose, pensava proprio a tante cose.
“Tu non sarai Sua Santità, da Sommo diverrai quasi divinità.”
La luce si colorò dorata e a Fater Pio si illuminò la pelata.
Prese il volo, verso l'alto mentre guardava giù, verso l'asfalto.
La città si fece sempre più piccina, ora era così in alto che vedeva pure la Cina.
Superò il Mondo, la galassia, l'universo. Ora era in un posto strano, ma non tanto diverso.
I prati erano verdi, i mari erano blu, ma quello che vedeva era molto di più.
Aveva guadagnato un titolo prestigioso, per farlo non si era dato riposo.
Aveva viaggiato in lungo e in largo, facendo uscire le menti dal loro letargo.
La luce aveva cambiato quelle persone da nord fino al meridione ed ora non era più un Fater ridicolo, era ormai di fianco al potente Idolo.
Ma sulla Terra, cos'era cambiato?
La gente non mangiava più dolci o gelato, quello era considerato un grande peccato; solo gallette di riso e tofu d'acqua intriso.
Il pop, il rock e la disco non suonavano più, c'era solo musica che ti buttava giù.
L'anima non aveva più colori, era grigia e senza amori.
Tutto il mondo era stato contagiato da quel credo che tutti aveva lobotomizzato.
Fater Pio dall'alto scrutava e vedendo quella tristezza, lacrimava.
“Cosa ho fatto, cosa ho creato? Il mio sguardo era abbagliato.”
L'Idolo lo vide e si avvicinò. “Piangi di gioia, ohibò!”
Fater Pio si voltò a guardare quel volto di luce. Ora non sembrava più beato, ma truce.
“Abbiamo sbagliato, Idolo mio. Credevo di essere nel giusto, io.”
Fater Pio si scansò dal divino che per poco non lo fece cadere da un sacro gradino.
Volò verso il bordo di quel paradiso e cominciò a brillare senza preavviso.
Si scagliò giù, verso il mondo mortale, era lì che doveva operare.
Fater Pio era pura luce, potente, veloce e per niente truce.
L'Idolo cercò di fermarlo, ma il Fater, veloce, riuscì a scansarlo.
Si schiantò sul mondo come un fulmine dorato, e dissolvendosi si sentì appagato.
Le schegge d'oro colpirono gli umani che ormai erano spenti, lontani.
Le menti si riaprirono le une con le altre, diventando di nuovo felici e scaltre.
Tutto era tornato come prima, tutto era di nuovo in rima.
L'Idolo era furibondo e cercava quel Fater inverecondo.
Il Fater ormai aveva preso il posto del Divino e l'Idolo si sentiva solo un puntino.
Il nuovo Idolo, Fater Pio, guardava il mondo pieno di brio.
Aveva capito cosa aveva sbagliato: nessuno può essere comandato.
La storia termina qui, nel giorno di Martedì.
Fater Pio ormai ha il potere, quello vero, quello di vedere.
Il potere dell'Idolo corrotto, si è sbriciolato come un biscotto;
ora l'Idolo piange e fa i capricci, ha perso tutti i suoi capelli ricci.
La gente lo evita e non lo guarda: “Questi umani, che gente infingarda!”
L'idolo adesso è solo un barbone, senza poteri e che odora di acetone.
La storia termina e le rime pure, di Fater Pio son finite le avventure.

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