Una volta un uomo mi disse una frase apparentemente senza senso: "la scimmia beve il té dal punto più alto della città."
Non ho mai capito il senso di quella frase, forse perché chi l'aveva pronunciata era un pover uomo appena uscito dal manicomio chiamato tutt'oggi "King Clochard".
Io però, sono qui per raccontarvi la mia storia. Tutto ebbe inizio un paio di anni fa, in un inverno freddo da farti venire i geloni alle ginocchia.
Uscii presto dal mio appartamento, la mia piccola casetta che io simpaticamente chiamavo "scatolone" perché era minuscola e piena di oggetti. Presi il mio furgone malandato che il più delle volte dovevo spingere a mano; con quello io ci lavoravo raccogliendo le cianfrusaglie che la gente buttava via per poi rivenderle a chi era interessato.
Proseguii per la via, a passo d'uomo.
Molti ancora dormivano, ma altri uscivano per una corsetta mattutina o per buttarsi in mezzo al traffico per arrivare in orario al lavoro.
A me piace vivere all'aria aperta, tra la gente, ma a volte, le persone non mi vedono o fanno finta di non vedermi a causa del mio lavoro che mi fa puzzare, mi insudicia.
Vivo sempre alla giornata e in quel freddo giorno trovai un oggetto strano. In mezzo ad una via stretta e buia, vidi un curioso artefatto abbandonato accanto ai bidoni.
Mi avvicinai poiché la cosa che mi attrasse fu il fatto che questo strano coso brillava come di luce propria.
Mi guardai attorno prima di recuperarlo, sembrava un oggetto prezioso di metallo lucido e nero. Decisi di raccolglierlo e di nasconderlo in una tasca del cappotto. A casa lo avrei osservato a dovere.
Per tutto il giorno non riuscii a pensare ad altro e finalmente arrivai alla mia piccola dimora.
Accesi un bel fuoco e cominciai ad osservare quello strano oggetto di forma piramidale, vidi che al centro, in una delle facciate, vi era una sorta di oblò dove all'interno, ogni tanto, appariva una piccola scimmietta stilizzata di luce bianca, mentre i bordi della piramide pulsavano di un blu elettrico.
Ad un certo punto una grande luce blu mi investì e caddi come in un profondo sonno. Sognai una grande giungla dove saltavo di ramo in ramo con agilità. Tutti gli animali presenti al mio passaggio si inchinavano e mi osservavano. In quel sogno vivevo sulla cima di una grande quercia venerato da tutta la fauna. Ero un re.
Mi risvegliai sudato ed affaticato, mi ritornò uno sprazzo di sanità mentale, e vidi ciò che ero veramente nella vita di tutti i giorni. Vidi il bidone di metallo dove accendevo il fuoco per riscladarmi, vidi i miei scatoloni sudici e pieni di cianfrusaglie che in qualche modo mi riparavano dalle intemperie, vidi il vecchio carrello della spesa dove riponevo rottami e spazzatura che per me erano vitali.
Ecco ciò che ero, a volte me ne dimenticavo, ero un povero barbone.
Mi addormantai di nuovo, triste, stringendo quell'oggetto nero e liscio. Questa volta però, il sogno era molto strano.
Vidi la città cosparsa di macerie, oggetti rotti, rottami; oggetti di poco valore abbandonati, usati e maltrattati tanto come quelli che un valore, invece lo avevano: smartphone, tv, computer, videogiochi, auto, gioielli e altre cianfrusaglie che prima erano utili nella loro futilità e si pagavano con sudore e dolore.
Era come posare gli occhi su una enorme discarica.
Disseminati per le vie della città semi distrutta si potevano vedere bidoni in fiamme attorniati da senza tetto che cercavano di riscaldarsi, falò posti in vari edifici vuoti dove prima si ergevano fieri negozi di lusso e poi notai un enorme grattacielo sventrato. Lì sopra vi era un tizio seduto su di un trono di rottami e spazzatura. Era solo e rideva come un pazzo mentre si guardava attorno, estasiato da ciò che i suoi occhi malati stavano ammirando.
Finalmente mi risvegliai da quel torbido incubo; la mia testa pulsava dolorante.
Misi il capo fuori dallo scatolone e con mia grande sorpresa e disperazione vidi che la città era distrutta, perduta. I falò e i bidoni erano lì, come in quel maledetto sogno. Le persone vagavano senza meta rovistando tra mucchi di pattumiera e oggetti infranti; persone con giacche e cravatte sgualcite che prima cercavano un futile scopo nella loro vita, ora erano tutti alla ricerca di qualcosa di utile per sopravvivere un altro giorno.
E poi c'ero io che senza accorgermene stavo camminando sopra ad un grattacielo, il più alto della città, quello che una volta era il simbolo della ricchezza, del capitalismo. Avanzavo verso un trono decadente, scuro, fatto di rottami e lì, presi posto spinto da una forza troppo grande per essere fermata.
Tutti mi stavano venerando dal basso di quelle strade di caos e decadenza. Ero un imperatore del niente, padrone di macerie e rottami. Io guardavo quelli che erano i miei sudditi, li osservavo con disprezzo, li deridevo. D'un tratto i miei occhi si spinsero più in là, in avanti e vidi una grande piramide nera, perfettamente levigata con un grande oblò scuro che lentamente si accendeva di candida luce.
La scimmia che ne scaturì rideva mostrando piccoli denti affilati e mi fissava con occhi tondi, grandi e iniettati di sangue. Aveva uno sguardo pazzo, feroce.
La guardai spaventato e mi rifugiai con la testa tra le braccia. Piansi.
La testa pulsava e una sorta di grido primordiale mi invase la mente. Bruciava e mescolava i miei pensieri a suo piacimento. Rialzai la testa, le lacrime mi rigavano il volto, ma adesso erano lacrime di una gioia pura e oscura, innocente e violenta.
Cominciai a ridere come non avevo mai riso in vita mia. Qualcuno mi si avvicinò, una figura buia e tremante che mi donò una tazza di liquido scuro e bollente.
Sono la scimmia che beve il té dal punto più alto della città.
Sono il Re di una città senz'anima. Il Padrone del nulla. Il Sovrano della pazzia.
Sono quello che tutti hanno sempre chiamato "King Clochard".
Commenti
Posta un commento