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Il Pan dei Morti

“Hai caricato tutto Charlie?” Paul era già sul furgone pronto, come tutte le mattine, a consegnare la farina ai panifici. Non era proprio il suo lavoro dei sogni, ma era ben pagato e teneva il culo su un comodo sedile Ford, andava bene così.

“Questi sacchi? Sono un po' logori” Chiese Charlie.

Paul scese dal furgone già messo in moto. “Hanno solo preso un po' di umidità. Erano quelli in fondo al magazzino, i più vecchi.” Con la crisi del grano per via delle locuste, la farina era andata per esaurirsi presto, per fortuna c'erano dei sacchi di farina di scorta. Sacchi un po' vecchi, ma avevano controllato la notte prima e, a parte il colorito lievemente giallo crema, il prodotto era a posto.

“Mettiamoli per ultimi così li consegno ai Morgan, a loro non interessa la qualità”

“Ok. Tutto pronto allora!” esclamò Charlie “parti pure, amico”

Paul sbadigliò e salì sul furgone.

Accese la radio e abbassò i finestrini. Nonostante fossero le 7 di mattina, l'aria era già calda.

Girò per i vari paesi e le zone di città, fece pausa pranzo alla solita caffetteria sulla statale e ripartì.

Verso le 6 del pomeriggio consegnò gli ultimi sacchi destinati al panificio dei Morgan.

Paul scaricò la merce. “Ecco qui”

Jeffrey guardava i sacchi, accigliato. “E questi?” guardò verso Paul “Nuovo tipo di farina?”

Paul ci pensò un po' su. Ok che erano i Morgan e a loro fregava poco, però non poteva dire che era farina avanzata da chissà quanto tempo.

“Si, esatto. È un nuovo tipo di mistura. Dicono che faccia un pane fantastico. Roba da far resuscitare i morti!”

Jeffrey sembrava soddisfatto. “Benissimo. Se mi fai il solito prezzo, la prendo volentieri.”

Paul annuì e sentendosi in colpa, gli fece anche un po' di sconto.

Durante la notte, Jeffrey accese il grosso forno e cominciò a dare forma all'impasto aiutato dal fratello minore Dean. Dopo qualche ora uscirono delle pagnotte fantastiche.

“Questa farina è strana, ma non è affatto male. Guarda che pane abbiamo fatto uscire.”

L'indomani al negozio, il pane venne venduto come tutti i giorni.

La signora Mary ne prese un po' di più per preparare delle ottime crocchette di carne e pesce per il suo esercito di gatti.

Arrivata a casa si mise subito ai fornelli, assaggiò un pezzo di pane e scoprì che era orribile, lo sputò senza pensarci.

Prese parte del pane e lo grattugiò per farci alcune crocchette. Ai gatti non fregava niente se la pagnotta non era fresca, apprezzavano molto quelle palline di pane e carne. Da leccarsi i baffi.

Molte persone chiamarono il panificio lamentandosi che il prodotto acquistato quella mattina era veramente orribile. Jeffrey e Dean ci rimasero male e telefonarono subito a Paul, dicendo che quella farina era di scarsa qualità.

“Ok. Domani passerò a risarcirvi del danno. Vi ridarò i soldi che avete speso per i sacchi e siamo a posto.”

Intanto sul paese calò la sera. Mary era intenta a guardare uno di quegli scarsi talk show dove si urlano contro per tutto il tempo senza capire una mazza di quello che dicono.

D'un tratto sentì grattare contro la porta. Doveva essere Jingle che voleva entrare per accucciarsi come sempre vicino a lei. Si alzò dalla poltrona e andò ad aprire. Era proprio lui che la guardava con i suoi occhioni. Mary però notò qualcosa di strano in quello sguardo, come se fosse vuoto.

Andò per accarezzarlo, ma subito la graffiò sulla mano. “Dannato bastardo!” Disse Mary tenendosi la mano. Andò subito a disinfettarsi per poi bendarsi.

Quel maledetto felino se ne stava sul divano, gli altri gatti usavano restare fuori, erano randagi e solo Jingle era di proprietà di Mary.

Stanca, andò a dormire. Chiamò Jingle che la seguì in camera da letto e si mise con lei sopra le coperte.

Quella notte l'nziana si svegliò con un forte bruciore alla mano e subito dopo percepì un dolore insopportabile. La ferita pulsava. Stava male, per cui decise di chiamare l'ospedale. Non era normale che un graffio di gatto facesse quella reazione.

Arrivata al pronto soccorso, il medico tolse le bende quasi appiccicate in un coagulo di pus e bava giallognola. La ferita si era aggravata. Attorno ad essa vi era una sorta di ematoma e lo squarcio continuava ad essere bagnato e scuro.

Mary spiegò al medico cosa era successo.

“Questa va subito medicata a dovere”

Il medico disinfettò per bene con acqua ossigenata che espulse una quantità esorbitante di schiuma porpora-nerastra. Il medico non aveva mai visto una reazione del genere. Medicò e bendò la mano dell'anziana signora.

“Deve passare la notte qui, dobbiamo monitorare la sua situazione.”

Mary non amava stare in ospedale, come tutti, ma questa era la realtà dei fatti.

Era notte fonda quando si svegliò con la testa che pulsava, dolorante, la ferita faceva un male terribile e probabilmente aveva la febbre alta.

Chiamò i medici che arrivarono prontamente.

La sua situazione era peggiorata, Mary si sentì mancare.

“La ferita è grave, ma non capiamo come sia possibile.”

Il primario non riusciva a trovare una spiegazione e Mary morì poco dopo.

Il telefono del pronto soccorso squillò e squillò ancora. Furono molte le chiamate quella notte. Gatti che avevano ferito alcune persone e, un caso strano, un uomo impazzito, un senzatetto che aveva morso un passante che portava a spasso un cane. “Roba da matti!” Disse la receptionist.

Mary era stata chiusa in un grosso sacco nero ed era pronta ad essere trasportata nella camera mortuaria. I dottori la sollevarono con cautela, ma subito sentirono un flebile gemito, un lamento, poi uno scossone da dentro il sacco.

“E' viva!” disse uno dei dottori alquanto scioccato “Presto aprite il sacco!” In tutta fretta, tirarono giù la spessa cerniera del contenitore.

Mary scattò a sedersi come un pupazzo a molla, la faccia era pallida, cadaverica, gli occhi vitrei e velati di grigio. Tutto era surreale in quel viso. Spalancò le bocca e si avventò su uno dei dottori, mordendolo al braccio e buttandolo a terra. Gli altri gridarono spaventati, ma un altro fu ferito con graffi e morsi. Gli altri due medici scapparono chiudendosi la porta alle spalle.

Intanto le chiamate del centralino aumentavano sempre di più.

Nuovi pazienti furono portati dentro l'ospedale e altri dottori furono feriti.

La situazione era insostenibile e tutto fu ancora più surreale quando il medico primario guardò fuori dalla finestra. Il parcheggio era invaso da gatti randagi e guardando più in là, nell'oscurità, vide altri gatti barcollanti, strani. Intanto altre grida echeggiarono per le sale dell'ospedale. Corpi dilaniati e straziati invasero i corridoi.

Il primario si rifugiò nei bagni e si chiuse dentro. Forse lì sarebbe rimasto al sicuro per un pò. Ansimava, aveva caldo, gli mancava l'aria. Scherzi del panico. Aprì una finestra che dava sulla strada. L'aria gentile della notte gli accarezzava il volto, per un attimo si isolò da quell'incubo. Stava un lievemente meglio.

Si convinse che forse sarebbe davvero riuscito a cavarsela.

miao” un gatto balzò sul tetto e prese alla sprovvista il dottore soffiando e graffiandolo profondamente su un braccio. Il primario si scostò all'indietro spaventato, ma scivolò sul pavimento bagnato andando a fracassarsi il cranio su uno dei lavandini.

Il felino entrò dalla finestra con la coda alzata zampettando qua e là, miagolando.

Corse fino alla cucina della mensa, passando per il condotto d'aria.

Lì si erano rinchiusi la cuoca e uno dei camerieri.

“Qui siamo salvi” disse la cuoca “E abbiamo cibo a sufficienza finché non ci troveranno e ci salveranno. Fanculo all'altruismo!”

“Esatto!” disse il cameriere con tono allegro “E guarda qua! Abbiamo pure un gatto a farci compagnia.”

 


 

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