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L'Eroe del Giovedì

Quella notte era davvero buia e Ilvo Biondo stava ammirando l'oscurità della sua stanza.

“Caspita se non si vede niente.”

Ormai mancavano pochi giorni al traguardo dei 50 anni, ma a lui non fregava niente, stava bene.

Certo aveva qualche acciacco come la pertosse e qualche fungo qua e là sui piedi, ma niente di che, era ancora molto affascinante e le vecchiette del circolo degli anziani avevano grande ammirazione per lui mentre come un dj impazzito sparava il liscio dalle casse vintage del circolo.

Gli anziani ballavano e ballavano e intanto perdevano dentiere, apparecchi acustici e si liberavano da quella vita di reumatismi e dolori vari.

In quel momento il salone da ballo veniva invaso da soldati vestiti di nero, cattivi e spietati che prendevano in ostaggio quei poveri vecchietti.

Ilvo, infuriato, lanciava vinili e cd addosso ai balordi, poi prendeva i nastri delle cassette e li legava per bene. Era un eroe, aveva salvato tutti ancora una volta.

Il signor Biondo si svegliava da quel magnifico sogno di eroismo, sorrideva con ancora il ricordo che piano piano sbiadiva nella sua mente tra i raggi del sole mattutino delle 7.30.

Come sempre, cominciava la mattina stiracchiandosi, sbadigliando e facendo un po' di stretching. Gli piaceva restare in forma con quella pancetta da scalda divano e i dolori alla schiena che si alleviavano soltanto dopo lo stiracchiamento mattutino.

Viveva solo e spesso parlava anche da solo, ma non era pazzo, anzi a volte pensava davvero di saperne di più di tanti altri che si credevano dei filosofi saccenti.

Aspettava sempre trepidante il pomeriggio del Giovedì dove si dirigeva con la sua vecchia Fiat Panda color rosso sbiadito al centro anziani. Lì, dava il meglio di sé tra le bestemmie dei soliti quattro attempati che giocavano a briscola e le vecchie donzelle sempre profumate di acqua alle rose e smaltate di rosso corallo che non aspettavano altro che la sua musica.

Lui lì dentro era il vip. Punto.

Si prodigava per far danzare le ragazze dei bei tempi andati ormai rugose e lente che però si riempivano di allegria nel vedere quel giovanotto fuori forma darci dentro con la console mentre buttava sulla piastra dischi e dischi di liscio. Fichissimo. Poteva sentire i loro occhi addosso e si crogiolava in questo, si sentiva come il suo idolo, James Bond, sempre accerchiato dalle sue Bond Girl. Che figata assurda!

Quel Giovedì arrivò in anticipo di un'ora, semplicemente perché aveva l'orologio sbiellato e l'ora segnalata era diversa dall'orario in vigore.

“Vabbè...” pensò “Meglio così. Almeno mi preparo per bene e faccio impazzire quelle care vecchiette.”

Lucidò al meglio la piastra dei vinili e spulciò qua e là tra lo scatolone dei dischi.

Trovava dischi di tutti i tipi e dai titoli più stravaganti come “Mimì cuor mio non mi lasciare al sole” oppure “Il tuo sguardo è dolce come le prugne del sabato pomeriggio” e tanti altri successi indiscussi.

C'era un silenzio spaziale in quella sala, anzi, tutto l'edificio era nel silenzio più totale.

Il baretto era chiuso, la hall era vuota e in giardino non c'era anima viva.

Ilvo si fermò a pensare ammirando la vecchia quercia secca in giardino.

“Porca vacca! Mi sarei preso volentieri latte e Plasmon nel baretto. Mannaggia.”

Rimase lì, in piedi ad ascoltare il silenzio: “Certo che, dove miseria sono andati tutti quanti?”

Guardò il calendario. 

“Eppure oggi è Giovedì del mese e dell'anno giusto.”

Pensò se magari ci fosse stato qualcosa di strano in città, tipo una guerra o magari un'estinzione di massa o perché no, un cataclisma delicato e silenzioso.

Non gli pareva affatto così.

Ad un certo punto sentì un rumore di ferro, come se qualcuno avesse chiuso uno sportellino della caffettiera da 6.

Incuriosito da quello strano rumore, andò a vedere nella stanza in fondo al corridoio. Era la stanza medica.

Sentì dei timidi passi dietro la porta, qualcuno si stava muovendo piano piano.

Provò l'irrefrenabile voglia di guardare dentro il buco della serratura e già i folti peli sulle spalle gli cominciavano a fremere dall'emozione. Si sentiva come James Bond.

Quello che vide là dentro, gli sballottò l'amino non poco.

C'era la solita dottoressa, la signora Teodorica Saltagrappe che stava mettendo a posto un manichino, uno dei tanti messi in fila ad uno ad uno.

Il manichino però era stranamente realistico.

“Caspita” pensò Ilvo “Sembra proprio il signor Fausto Borlotti, quello che bestemmia sempre a carte...” Non c'erano dubbi, era proprio lui.

La cosa che però faceva stranamente strano, era che quel manichino in realtà era una sorta di robot, non aveva nulla di umano.

“Santa Esmeralda! Ma questi vecchi sono tutti finti!” Ilvo si accorse solo dopo di averlo detto ad alta voce e inevitabilmente la dottoressa Saltagrappe lo aveva sentito.

Si voltò in fretta verso la porta. “Chi c'è? Chi spia maleducatamente?” Nessuna risposta.

Ilvo cercò di nascondersi dietro il ficus benjamin presente nel corridoio.

Teodorica uscì dalla porta della sala medica, guardò in giro e notò subito il signor Ilvo.

“Guardi che l'ho vista eh! Non si può mica nascondere lì dietro.”

Ilvo rimase di stucco. “Che vista, signora dottoressa. Complimenti!”

Quella si che era una frase da 007.

“Ora dovrò ucciderla, signor Biondo.” Dicendo così, la dottoressa prese un telecomando e schiacciò un pulsante rosso. Si sentì un bip e poi molti altri bip in successione.

Dalla porta della sala medica uscì un esercito di robot spogli, metallici. Soltanto la testa era quella di quei vecchietti che tutti i giorni erano lì.

Teste di metallo ricoperte da una maschera di gomma iperrealistica.” Disse Ilvo poco sorpreso. “Geniale.”

Saltagrappe puntò il dito verso Ilvo e gridò: “Attaccate, mie splendide creature!”

I robot andarono lenti e goffi verso Ilvo che però si era già intrufolato nella stanza dove di solito piazzava la musica. Si posizionò dietro il mobiletto della console e cominciò a mettere dischi di liscio sulla piastra.

I robot seguirono la musica e una volta entrati cominciarono a ballare.

Proprio come nel sogno.” Pensò Ilvo che già si stava immaginando con lo smoking e la pistola.

Vi piace ballare? Eccovi accontentati!”

Fece girare i dischi a velocità folle, la musica impazzava e i vecchi robot cominciavano a perdere le dentiere, gli apparecchi acustici ed altri pezzi tra scintille, viti e bulloni.

Arrivò la dottoressa Saltagrappe che si buttò verso Ilvo cercando disperatamente di fermarlo.

Noooo! Mi servono. Sono il mio mondo!”

Ilvo non diede retta a quelle grida disperate e tirò un calcione alla corpulenta signora che ruzzolò in mezzo a i robot vorticanti.

Prese i tappi per le orecchie, se li infilò delicatamente e poi alzò il volume delle casse al massimo.

I robotici anziani persero ancora di più il controllo. Il dj si riparò dietro al mobiletto della console mentre i robot esplosero in mille pezzi in mezzo alle urla feroci della dottoressa Saltagrappe.

Silenzio.

Ilvo si rialzò lentamente. Non era rimasto più nulla in quella stanza, soltanto un ammasso di pezzi di ferro e maschere di gomma deformate dal fuoco.

Prese la sua roba e uscì veloce dalla stanza. Imboccò il corridoio verso l'uscita, aveva il fiatone ed era spaventatissimo.

Finalmente uscì fuori, ma una parete dell'edificio crollò e tra la polvere uscì la dottoressa Saltagrappe in versione cyborg.

Ilvo la guardò incredulo. “Questo si che è da James Bond!”

Dannato Ilvo. Ora perirai sotto i miei colpi!” La dottoressa gridava come una banshee dalla voce metallica muovendosi a scatti.

Al signor Biondo venne un'idea. Saltò sulla sua Panda che subito si mise in moto. Intanto la cyborg cominciò a camminare verso di lui, infuriata.

Ilvo cominciò a sgasare e sgasare; partì in sgommata e si schiantò contro la cyborg che accusò il colpo, ma riuscì a sollevare la vecchia Fiat per poi gettarla contro un palazzo.

Ilvo fortunatamente era uscito poco prima.

Sorpresa, Dottoressa Cyborg!” Quel fan di 007 ne sapeva una più del diavolo. In mano teneva un accendino e nell'altra la bomboletta del suo deodorante preferito: l'Axe Marine.

Peccato sprecarlo così, no trovi?” Dicendo quella frase, la cyborg rimase impietrita, fissa su quell'uomo fuori forma. Dalla bomboletta partì una fiammata che si propagò proprio sulla faccia della dottoressa cyborg, unica parte umana che le era rimasta. Urlò di dolore e cadde a terra inerme. Era stata sconfitta.

Nel frattempo si avvicinò un vigile urbano che aveva visto tutta la scena.

Complimenti signore! Ma che diavolo è successo qui? E lei chi è?”

In posa come James Bond, ma con la bomboletta di Axe in mano, Ilvo sfoderò un'espressione seria, da duro, da eroe: “Io sono Biondo, Ilvo Biondo.”

Nella sua testa partì la musica di James Bond e tornò a casa fischiettando quel dannato motivetto.

 


 

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