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Lonely Sullivan - Solitudine

È difficile stare soli.

All'inizio sembra tutto figo, nessuno che ti rompe le pallottole, tutto il tempo per te, ma poi c'è un momento in cui ti rendi conto di quanto sei inutile senza avere qualcuno di fianco. 

Ecco come si sentiva Sullivan. 

Il mondo attorno a lui era desolato quanto la sua anima e l'unica compagnia che aveva avuto dopo anni era quel tenero animaletto trovato pochi giorni fa che però era diventato così grosso e pericoloso da doverlo fare fuori e ridurlo in poltiglia. Già, in poltiglia come il suo stato d'animo, ormai più simile a uno sterco di vacca adagiato su un prato.

Erano passati quattro giorni da quando Pastella se n'era andato e Sullivan era rimasto nel suo Eden a sorseggiare Cola con ghiaccio accompagnato da patatine e porcherie varie.

“Dannato mondo balordo! Perché sono rimasto solo io qui?” Domandò quella frase al vento rimanendo seduto sulla vecchia sdraio da mare. In cuor suo stava aspettando invano una risposta, risposta che non arrivò, ovviamente. Chi diavolo poteva rispondergli?

Stufo di rimanere con le sue lonely chiappe su quella sdraio ad ascoltare il silenzio, decise di fare l'unica cosa che lo avrebbe tirato su di morale.

Prese la macchina (una Ford Taurus del '99 color verde inglese metallizzato) che teneva nel garage della villetta parzialmente distrutta dal combattimento con pastella, accese il quadro, benzina ne aveva. Ottimo, visto che trovare un distributore sano non era cosa facile.

Si diresse verso la periferia, anche se ormai tutta la città dava l'idea di una gigantesca, enorme periferia lasciata cadere a pezzi. Lì avrebbe trovato il vecchio parco giochi sempre più ruggine, sempre più decadente, ma era una delle poche cose che lo rincuorava quando la malinconia e la solitudine si avvinghiavano a lui.

Distava mezz'ora di macchina da dove abitava, tanto il traffico era ormai roba dimenticata e quindi si poteva prendere tutto il tempo per ammirare il paesaggio spoglio che ormai gli dava il volta stomaco.

Arrivato all'entrata del parco, una scritta rovinata e appena leggibile gli augurava “Buon Divertimento!”, Sullivan la guardò come sempre, sorrise e sputò a terra con disprezzo.

Aveva trovato il modo per far funzionare la ruota panoramica con la forza delle braccia, delle leve e varie carrucole; il libro di fisica scolastico che aveva trovato per strada gli era servito almeno.

Da lassù si poteva ammirare il risultato macabro della sete di potere degli umani, la rabbia della guerra e la forza della natura che nonostante tutto cresceva ancora, si evolveva.

Quello che però notò più di ogni altra cosa fu una presenza in lontananza e non era il solito essere schifoso, mutato male, era un umano, sicuro che era un umano. Lo vedeva bene nonostante gli fosse rimasto un solo occhio, ma quell'occhio ormai si era adeguato a quella situazione di selvaggiosità e se fosse andato da un oculista, se solo ce ne fosse rimasto uno, gli avrebbe detto: “complimenti signor Sullivan, il suo occhio ora ha 18/10.”

Comunque, l'eroe solitario decise di scendere in fretta dalla giostra, saltando giù di diversi metri, senza ferirsi ovviamente, grazie al suo corpo irrobustito dalle radiazioni.

Corse a più non posso verso quella direzione, ricordandosi a metà strada che avrebbe potuto prendere la macchina: “Cazzarola!”

Arrivò sul posto, era un centro commerciale tenuto stretto in una morsa di radici e rami che si infilavano tra le finestre e i solchi nel muro.

Si tenne comunque pronto con il fucile, non poteva sapere esattamente cosa ci fosse. Entrò senza pensarci troppo, sentì subito un rumore di passi alla sua destra, dove c'era un vecchio ristorante di hamburger. Entrò lentamente, scrutando tra la polvere e i pezzi di macerie. Un rumore dietro ad una porta lo fece scattare in quella direzione. La porta si aprì e ne uscì un uomo enorme, deforme e muscoloso che si tirò su la zip dei jeans, guardò Sullivan sorpreso per poi ruggirgli contro come un orso.

Sullivan lo scrutò da testa a piedi: “Però, ne hai mangiate di merendine ai 5 cereali, eh?”

L' energumeno aprì le braccia ruggendo nuovamente e spruzzando saliva da quella bocca storta e piena di denti spettinati.

Una bella splattazza di saliva arrivò dritta sulla faccia di Sullivan che si pulì con la manica della giacca: “Sicuro di non avere problemi di scialorrea?”

Il mostro gli corse addosso, distruggendo tutto ciò che incontrava. Sullivan gli sparò in pieno petto con il grosso fucile, ma questo non fu sufficiente a fermarlo, anzi galoppava ancora più infuriato con gli occhi iniettati di sangue che sembravano due tuorli d'uovo.

“Porca vacca!” Sullivan imprecò molto peggio di così, ma non si può di certo scrivere, immaginatevelo voi.

Corse via da quel posto, incazzato e triste nello stesso tempo, pensava finalmente di aver trovato qualcuno con cui passare quell'apocalisse di merda. Invece niente, di nuovo un mostro mutato che voleva soltanto ridurlo a brandelli.

Quello urlava come un animale e non lo mollava, anzi gli era quasi addosso, poteva sentire l'ansimare cupo e l'odore di marcio del fiato.

Il nostro eroe guercio non se la stava passando affatto bene. Attirò la bestia verso il parco divertimenti cercando di passare con agilità su rottami e carcasse di auto in modo da ostruire la strada al bestio gigante, ma nulla riusciva a fermarlo, lo rallentava e basta.

Ma perché proprio al parco divertimenti? Perché lì la cucina del ristorante era enorme e si ricordava di aver visto tante bombole di gas. Se erano cariche, non poteva saperlo, bisognava tentare.

Il gigante deforme e puzzolente lo stava braccando, ma fortunatamente il ristorante era lì ad aspettarlo.

Entrò di corsa nella stanza del ristorante, un mucchio di sedie, tavoli e macerie ostruiva il passaggio verso la cucina. Sullivan caricò un bel pallettone esplosivo in canna, puntò il fucile: “Permesso, devo parlare con lo Chef."

Il colpo partì liberando la strada verso le cucine in una nuvola di polvere e fumo.

Il grosso omone era instancabile, sfondò la porta della cucina e rimase a guardare quella grossa stanza in cerca della sua preda. Ringhiò e ruggì come un drago.

Sullivan spuntò da dietro un bancone, ben riparato, distante dai fornelli e dall'armadio aperto che conteneva le bombole di gas.

“Ehi bestione, piace anche a te cucinare alla flambé?” Con questo frasone da B-Movie, il fucile sparò e la pallottola andò a rallentatore (nella mente di Sullivan) verso le bombole. Il proiettile colpì una delle valvole che fece saltare in un attimo tutte le bombole. Il gigante riuscì soltanto a emettere un ruggito feroce di rabbia per poi venire avvolto dalla fiamme e cucinato come una polpetta.

Sullivan uscì da dietro al bancone tossendo e cercando di scrutare in mezzo a quella nuvola di fumo e fuoco. Vide il mutante a terra, bruciato e immobile, massacrato dall'esplosione.

L'eroe solitario rimase lì ancora un po' a godersi i getti d'acqua dell'impianto antincendio.

Uscì fuori dal ristorante distrutto che ormai era una ammasso di macerie scure e fumanti, si accese una sigaretta e tornò a sedersi sulla ruota panoramica. Quando la ruota arrivò in alto, si fermò. Sullivan rimase lì sopra ad osservare la città distrutta che ormai era la sua città, “Sullivan City”.

“Popolazione, 1. Di nuovo...”

Pensava davvero di aver trovato qualcuno e invece non era così. Non era un giorno diverso dagli altri, anzi, aveva rischiato di lasciarci le penne per cercare compagnia.

“Ne è valsa la pena, vecchio Sully?” Chiese tra sé.

Rimase in silenzio cercando una risposta. La sigaretta era ormai finita, la buttò giù dalla giostra immobile. Attorno a lui c'era solo l'ululato del vento e qualche verso di animale mutato chissà come in lontananza.

Scese lentamente dalla giostra per poi salire in macchina.

Tornando a casa pensava ancora a quella domanda che si era posto.

Proseguì verso il viale principale della città. Vide una coppia di cani orribilmente sfigurati che si mordevano a vicenda per accaparrarsi qualche schifezza da mangiare.

Imboccò la strada che lo avrebbe portato a casa sua ed è li che Sullivan riuscì a rispondere a quella domanda. Scese dalla macchina, aveva sentito un urlo, un verso umano, sperava.

Un mostro stava attaccando una donna, ormai non aveva scampo; Sullivan prese la mira e sparò verso la bestia mutata che si accasciò a terra.

La donna rimase immobile, era spaventata, ma sollevata di essere stata salvata.

Sullivan si avvicinò lentamente. “Io sono Sullivan...”

Lei lo guardò un po' stranita, “Io mi chiamo Jenny, piacere.”


Sullivan City, popolazione 2.


“Si, ne è valsa la pena”

 


 



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